DIRETTORE ANTONIO POLITO www.ilriformista.it ANNO XIV N. 263 SPED. IN ABB. POST D.L. 353/2003 (CONV. IN L. 27/02/2004 N. 46) ART. 1 COMMA 1, DCB ROMA VENERDÌ 6 NOVEMBRE 2009 EURO 1,50 T andem con altr i quotidiani (non acquistabili separ atamente): nella pro vincia di Br indisi Il Rif or mista + Senzacolonne € 0,70 www .ilr iformista.it headdown RITRATTO CHI È MARCO CRISPINO, L’UOMO CHE HA SCOMPAGINATO I RAPPORTI TRA SKY E LEGA CALCIO L’ascesa di Superpippa Channel DI MICHELE MASNERI ’ingresso sulla scena di un guastatore come Marco Crispino e della sua Conto Tv che vengono dal fronte del porno (la tv si chiamava originariamente Superpippa Channel) ha scompaginato i giochi di Sky e Lega Calcio per i diritti tv. È arrivata infatti come il classico fulmine a ciel sereno l’ordinanza della Corte d’Appello di Milano che due giorni fa ha bloccato l’assegnazione dei diritti televisivi satellitari della Serie A 20102012 assegnati a Sky e ha vietato alla Lega Calcio di procedere nell’esecuzione del contratto a favore dell’emittente di Rupert Murdoch. Un doppio goal che ha non solo ripercussioni economiche pesanti, sia per Sky che per la stessa Lega Calcio, ma che apre anche uno spiraglio sull’inedita accoppiata sportporno. Sul fronte economico, la Lega intendeva rinnovare per i campionati 20102011 e 20112012 l’assegnazione dei diritti per il pacchetto “A Platinum Live”, cioè quelli riguardanti tutte le partite in diretta di serie A, ma è stata stoppata, ed è stata inoltre costretta a bloccare le trattative per l’assegnazione del pacchetto “B Platinum Live”, cioè quelli di serie B. Così ora la Lega si è vista congelare un duplice contratto che prevede per il 20102011 un corrispettivo di 571 milioni di euro e di 578 milioni per l’anno successivo. Per Sky il danno non è quantificabile ma è chiaro che va a intaccare il suo core business dello sport: il venir meno delle partite in diretta di Serie A rischia infatti di rappresentare un colpo micidiale alla tv del gruppo Murdoch, che si trova peraltro in una complessa fase di crescita, come si vede anche dai dati di bilancio rilasciati ieri, e che è alle prese con altri fronti giudiziari, come quello della pubblicità sulle reti Mediaset. Intanto ci si interroga su chi sia, e soprattutto cosa voglia, questo “newcomer” della pay tv italiana, Marco Crispino, calabrese doc di Catanzaro. trianglert SEGUE A PAGINA 10 L CORSIVO La Polonia frena: per D’Alema agli Esteri dell’Ue ci vuole un nuovo patto di Varsavia. FD’E conflitto d’interessi/3 Le mani sulla Mondadori DI F. D’ESPOSITO E G. PICA Vaccinazioni, facciamo come in Usa DI ANNA MELDOLESI hi ha il pane non ha i denti e chi ha i denti non ha il pane. Il vecchio adagio è perfetto per fotografare la campagna di vaccinazione in corso contro la nuova influenza: troppo spesso chi avrebbe diritto a una dose non vuole vaccinarsi, mentre chi vorrebbe non può. E così i bambini sani vengono teC er qualche giorno è stata una piccola voce di corridoio, una delle classiche iniziative che un tempo si sarebbero dette «partite dalla base» e che oggi invece «nascono dalla rete». Da ieri mattina, però, la faccenda è un po’ più seria. E potrebbe diventare il jolly di Antonio Di Pietro nella grande trattativa col Pd in vista delle regionali. La «carta» di Tonino, che rimarrà coperta ancora per poco, si chiama Clementina Forleo. Probabile candidata in Puglia. Proprio lei, il magistrato che aveva messo sotto accusa anche Piero Fassino, Massimo D’Alema e Nicola Latorre durante bancopoli. Il gup che, dopo il caso delle intercettazioni Unipol, il Csm ha trasferito dall’ufficio del Gip di Milano. trianglert SEGUE A PAGINA 2 P candida la Forleo? Crisi dei Valori Tonino perde pezzi ma non il vizio DI TOMMASO LABATE bello trovare sui giornali ancora degli articoli che inducono a pensare. Il pezzo di Ritanna Armeni, uscito ieri sul Riformista, è esattamente così: un’articolata e appassionata riflessione sul significato dell’attuale rapporto che unisce il sesso alla politica. trianglert SEGUE A PAGINA 4 È risposta ad Armeni Da Nerone in poi il sesso divinizza DI BENEDETTO IPPOLITO PREMIER FURIOSO SULLA GIUSTIZIA. Lancia l’attacco del Giornale al presidente della Camera e chiama l’Udc. Tramite Vespa risponde alle dieci domande: non voglio andare al Quirinale. BERLUSCONI DICHIARA ROTTO IL PATTO CON FINI Che Casini nel Pdl DI ALESSANDRO DE ANGELIS square6 E ora la conta: «Noi abbiamo ricevuto un mandato per cambiare il paese. Non si può andare avanti così». Silvio Berlusconi è furioso, esasperato. Sulla giustizia non c’è accordo. Tutte le diavolerie di Ghedini sono state rispedite al mittente da Fini. Per questo ha scelto la resa dei conti. Dopo che il vertice è saltato proprio sulla giustizia, considera nullo il patto che i due siglarono a casa Letta: la rinuncia (di Berlusconi) alle elezioni anticipate, in cambio del sostegno (di Fini) sulle riforme. Sì, nullo. Tanto che il premier sta pensando a elezioni anticipate. trianglert SEGUE A PAGINA 7 E Krenz chiede soldi a Kohl DI TONIA MASTROBUONI ei giorni del crepuscolo della Ddr, dell’implosione del regime e dello sfilacciamento del terroristico apparato della Stasi, Krenz si gioca l’ultima carta. Il 6 novembre manda un emissario a Bonn per ottenere ciò che non ha incassato da Gorbaciov: soldi. Ma Kohl cala l’asso. trianglert SEGUE A PAGINA 13 N 6 NOVEMBRE 1989 anche Calearo lascia il Pd square6 Francesco Rutelli sta preparando il lancio del suo nuovo movimento politico. «Ancora qualche giorno di pazienza dice al Riformista mercoledì prossimo presenteremo il nome e il portavoce, che non sarò io». Con la crisi del centrodestra che precipita di giorno in giorno si potrebbe pensare che l’uscita di Rutelli dal Pd sia stata calibrata proprio in previsione di nuove elezioni anticipate. Ma l’ex leader della Margherita nega. Considera una iattura il ritorno alle urne: «Non produrrebbe altro dice che una ulteriore radicalizzazione dello scontro. Sarebbe una catastrofe». Lei infatti ha già caldeggiato la nascita di un “governo del presidente” per fronteggiare l’emergenza. Ci crede ancora? Un piccolo spiraglio può esserci, ma è prematuro parlarne e resta largamente improbabile, perché non so se esista in questo Parlamento una maggioranza di liberi e forti. trianglert SEGUE A PAGINA 6 Rutelli: il mio partito è pronto DI STEFANO CAPPELLINI APPELLO AL GOVERNO Via S.Marta 1/3 20059 Vimercate (MI) T. 039.608.08.22 F. 039.691.73.26 info@classre.com www.classre.com IL SENSO DELLE CASE nuti in panchina ad aspettare il loro turno, correndo un rischio sempre più alto di ammalarsi prima di ricevere l’agognato shot, mentre i gruppi con accesso prioritario stanno snobbando la vaccinazione. Per questo ci rivolgiamo all’unità di crisi che si riunisce ogni settimana al Ministero del welfare: perché non seguiamo l’esempio degli Stati Uniti rendendo più elastici i criteri per l’immunizzazione? Ecco cosa succede oltreoceano. Anche gli Usa dispongono di meno dosi di quelle previste sulla carta, a causa dei ritardi di produzione. Le case farmaceutiche hanno promesso più di quanto siano in grado di mantenere, perché i ceppi ibridi usati per fabbricare il vaccino hanno una resa scarsa, intorno al 20% di quella attesa. trianglert SEGUE A PAGINA 8 er la fenomenologia dell’imprenditorepremier Silvio Berlusconi e del suo conflitto d’interessi, la lettura della sentenza del Tribunale civile di Milano sul lodo Mondadori è indispensabile. I fatti sono noti: il giudice monocratico Raimondo Mesiano ha riconosciuto alla Cir un risarcimento di 749.955.611,93 euro. trianglert SEGUE A PAGINA 5 P
2 VENERDÌ 6 NOVEMBRE 2009 la crisi Tonino provoca il Pd La Forleo corre in Puglia? RETROSCENA. Di Pietro perde cinque parlamentari, che vanno con Rutelli, ma vara il suo grande piano in vista delle Regionali. Dai contatti col magistrato di Bancopoli alla sfida per la Calabria. Quell’incontro «soddisfacente» con Bersani. «Io, moroteo, non starò con Ferrero» DI GIACOMO RUSSO SPENA square6 Il corteo noCav del 5 dicembre organizzato insieme al segretario del Prc, Paolo Ferrero, è la goccia che fa traboccare il vaso. «Io, moroteo cosa c’entro con i comunisti? Mai andrò in quella piazza». Pino Pisicchio, deputato, ex Udeur ed ex presidente della commissione Giustizia della Camera, sbatte la porta e lascia l’Idv, «un partito che ultimamente ha preso un rivolo girotondino, populista e di sinistra. È inaccettabile». Di Pietro ha provato a convincerla a restare? Neanche una telefonata, significa che la scelta del mio segretario di schierare il partito nel campo antagonista è definitiva. Che posso dire? La rispetto, ma contraddice profondamente le ragioni per cui nel 2006 mi venne chiesto di candidarmi con l’Italia dei Valori, che doveva essere una forza centrista di ispirazione liberaldemocratica. Come dimostra la collocazione europea. Accusa, quindi, l’Idv di aver cambiato linea? Parlerei più di mutazione genetica. Nel governo Prodi, l’Idv rappresentava un partito di proposta politica su temi come legalità e sicurezza. E, soprattutto, è stato il punto di approdo di molti democristiani che nel 2008 rappresentavano il 57% dei dirigenti complessivi. Di Pietro, giustamente, puntava a recuperare i consensi dei moderati disillusi facendosi l’artefice del rigore e del ripristino delle regole. Poi sono arrivati i De Magistris e tutto è cambiato. Ce l’ha quindi con l’opposizione oltranzista al Cavaliere? Attacco l’antiberlusconismo che esaurisce in sé le sue ragioni. Nel Paese il premier ha effettuato una rivoluzione antropologica ma si contrasta solo creando un confronto in Parlamento e un’alternativa credibile di società. Altrimenti arriviamo alla deriva folkloristica. Come l’Idv che è finita a fare i girotondi con Flores D’Arcais e a mostrare tshirt con scritte indecorose in Parlamento. Nell’ultimo anno ha avuto molti attriti con i suoi colleghi. Tanto che si è differenziato per alcuni voti. Ho criticato il sì al federalismo fiscale voluto dalla Lega, e poi mi sono dissociato da Di Pietro quando ha attaccato frontalmente il presidente della Repubblica. Una vergogna. Anche sulla giustizia la penso diversamente: sono contrario al muro contro muro, sono per una riforma condivisa. Nessuna delle questioni che ho posto a Tonino (forma di partito, linea politica, visione strategica) ha ricevuto mai risposta. Mi sembra difficile continuare a dare il mio contributo ad una forza che non la vuole. Insieme ad Antonio Razzi, Aurelio Misiti e al senatore Giuseppe Astore approderà da Rutelli? Degli altri non so. Per quando mi riguarda sicuramente Rutelli fa un’analisi che condivido. Si propone di occupare uno spazio politico di cui il centrosinistra ha bisogno. Da lui e Tabacci possono arrivare un contributo molto importante, specialmente se lavoreranno in squadra, per superare questo bipolarismo malato e costretto. Puntiamo alla nascita di un centroriformista. All’interno dell’Idv ha mai lamentato mancanza di collegialità nelle scelte? Ovvio che c’è, tuttora, un problema di democrazia. È il rischio di tutti i partiti personalistici, dove il presidenzialismo è molto forte e tra il leader e la base non esiste un passaggio intermedio. PINO PISICCHIO. «Il partito ha preso una deriva girotondina. Ho deciso di lasciare. Neanche una telefonata per dissuadermi». singata» per le attenzioni del partito dipietrista, lo stesso che in questa fase sarebbe diviso almeno stando ai boatos da una sfida sottotraccia tra il padre fondatore e l’eurodeputato Luigi De Magistris. «Tutte sciocchezze, fatte uscire ad arte per mettere in cattiva luce il partito in vista delle regionali», è la replica d’ufficio degli uomini più vicini all’ex pm di Mani Pulite. Sia come sia, se l’operazione Forleo andasse a buon fine, è la lettura che danno in molti nell’Idv, «Di Pietro avrebbe segnato un bel gol contro la squadra dei detrattori che gravitano attorno nella nostra area politica, a cominciare dal giro di Micromega». Il «jolly» della Forleo è soltanto un tassello del piano dipietrista in vista delle regionali. Un tassello importante, soprattutto nel momento in cui alcuni pezzi dell’Idv dall’ex democristiano Pino Pisicchio all’ex comunista Aurelio Misiti, passando per Antonio Razzi e Giuseppe Astore hanno abbandonato il partito per il nuovo progetto politico di Francesco Rutelli (gli ultimi tre avevano ventilato già da settimane l’adesione al Pd bersaniano, salvo cambiare idea alla fine). «Non so niente degli altri», ha spiegato Pisicchio in un’intervista al quotidiano Liberal, «ma per quanto mi riguarda posso dire che nessuna delle questioni che ho posto a Di Pietro ha ricevuto risposta». Per cui, ha concluso, «mi sembra difficile continuare a dare il mio contributo a un partito che non lo vuole». Ma «Tonino» ha la testa altrove. Convinto, come dicono i suoi, di «non aver perso nulla di significativo», l’ex pm è pronto alla nuova sfida elettorale della primavera. In alcune regioni da solo, in altre col Pd, in altre ancora con tutta l’opposizione. Nell’incontro con Bersani dell’altro giorno, Di Pietro ha ribadito le condizioni: quasi sicuramente non sosterrà Vendola in Puglia, certamente non starà con Loiero in Calabria. Morale? «Di Pietro era molto soddisfatto dell’incontro col segretario del Pd», dice uno degli uomini a lui più vicini. «In più aggiunge la stessa fonte s’è convinto, ad esempio, che tra i Democratici s’aprirà un fronte per convincere Loiero a fare un passo indietro in Calabria». In quella regione, Di Pietro ha già lanciato l’imprenditore Filippo Callipo, proponendolo a tutta la coalizione. «In Calabria abbiamo approvato le primarie per legge e saranno aperte a tutti coloro che vogliono correre», ha spiegato ancora ieri Loiero (al settimanale Left). «Callipo non le fa? Un problema suo», ha liquidato la questione il governatore. L’ipotesi Forleo in Puglia. Il braccio di ferro sulla Calabria. L’idea, accarezzata e mai del tutto accantonata, di candidarsi in Lombardia. «Per le regionali l’Idv non chiede poltrone né candidati in nessuna regione. Chiediamo che ci siano italiani di valore persone perché è evidente a tutti che bisogna cambiare atteggiamenti», ha spiegato ieri al Tg3 Di Pietro. La sua partita più importante, De Magistris o non De Magistris, è appena al fischio d’inzio. TOMMASO LABATE trianglert SEGUE DALLA PRIMA PAGINA tando ai piani dell’Italia dei valori, la pm di Francavilla Fontana, potrebbe essere candidata alle regionali pugliesi. Per dare, ha fatto intendere il colonnello di Di Pietro in Puglia Gianfelice Zazzera, «un segnale di discontinuità» rispetto alla giunta di Vendola, “macchiata” dagli scandali e dalle inchieste sulla sanità. L’iniziativa è nata dal basso. «È stata una proposta dei movimenti, un’idea delle associazioni, anche di giovani, che a vario titolo fanno parte della nostra rete», spiegano al partito. Ma il fatto che la Forleo si sia messa in contatto anche con «Tonino», che ieri mattina ha affrontato il dossier coi suoi luogotenenti sul territorio, dà la misura di un’operazione che a prescindere dall’esito finale potrebbe andare avanti per qualche tempo. Clementina, nemica giurata del mondo dalemiano, corre in Puglia? Candidata a governatore dell’Italia dei valori? Oppure, più semplicemente, sarà in lista per un posto in consiglio regionale? Tutti interrogativi che aspettano una risposta. Un «sì», un «no», e addirittura un «forse». È un intreccio che lo stesso Di Pietro potrebbe sciogliere presto, magari durante la sua imminente trasferta in Puglia. Di certo, al momento, si sa che la Forleo si è detta «luS
3 VENERDÌ 6 NOVEMBRE 2009 dei Valori Il successo gli rovina la festa E i nemici se li ritrova in casa L’EX PM STAVA MEGLIO QUANDO ERA SOLO. Dopo aver abbandonato la magistratura, fu corteggiato da Berlusconi e da D’Alema. Poi fondò il suo movimento raccattando scontenti qua e là, e non lo voleva nemmeno Cofferati. Con Veltroni la musica è cambiata. De Magistris e Micromega gli hanno rovinato l’umore. «L’ho lasciato, non c’è trasparenza» DI ANDREA DI CONSOLI square6 Delfino Parlato è segretario regionale in Lombardia di un piccolo movimento politico chiamato “Italia Attiva”. Prima di quest’esperienza, però, ha militato nell’Italia dei valori. Proveniente dallo Sdi, è stato nominato assessore al comune di Bollate in quota Di Pietro. Dall’Idv è uscito sbattendo la porta e denunciando una questione morale nel partito lombardo. Cosa è successo? I primi problemi sono sorti nell’ottobre del 2008, quando durante le riunioni evidenziavo la mancanza di una linea politica e organizzativa in termini progettuali del partito a livello provinciale e comunale. Tutto qui? No. Il peggio è arrivato nei primi mesi del 2009, quando durante una riunione di giunta ho votato contro una delibera (gli altri in giunta diedero tutti un voto favorevole) per il rilascio delle licenze di somministrazione e ristorazione alle associazioni sportive che attualmente gestiscono a totale spese del comune i centri sportivi di proprietà del comune di Bollate. E poi che è successo? Il coordinatore provinciale mi ha detto: «Ti consiglio di dimetterti e poi di ricandidarti alle prossime elezioni comunali». Preciso solo che il coordinatore e il consigliere comunale dell’Idv di Bollate hanno chiesto al sindaco le mie dimissioni senza una motivazione politica, e che il capogruppo Idv in consiglio comunale a Bollate è tuttora il dirigente accompagnatore di una delle società sportiva assegnataria di uno dei centri sportivi comunali. Ha provato a contattare Di Pietro? A giugno 2009 ho parlato telefonicamente con la segreteria nazionale e la risposta è stata che Di Pietro non si occupa di problematiche locali interne al partito. Ha letto l’inchiesta sull’Idv di “Micromega”? Ne esce un quadro locale poco edificante... Se è tutto vero, è proprio uno scandalo. Come dire: c’è chi predica bene ma razzola male, e a pagare sono sicuramente i tanti iscritti che hanno lavorato per far crescere l’Idv e che stentano anche a credere che all’interno del partito ci possa essere quanto è stato scritto. Alla luce di quel che sta emergendo sulla gestione dell’Idv, il partito di Di Pietro avrà alle prossime elezioni lo stesso consenso elettorale delle ultime elezioni? Credo di no. Immagino che il braccio di ferro tra chi vuole trasparenza e democrazia nella gestione e chi invece si aggrappa alla poltrona continuerà anche dopo le prossime elezioni. Se ripensa alla sua esperienza nell’Idv cosa prova? Solo profonda delusione, perché chi come me, vivendo il partito “da dentro”, ha visto o sta vedendo accadere tutto questo non può provare altro. Ad aggravare ulteriormente la delusione è il fatto che l’Idv, nella persona del Presidente, spesso ha puntato il dito contro gli altri partiti, sia per la gestione politica a senso unico, sia per la poca democrazia, quando poi l’Idv si comporta a dir poco peggio. Si resta davvero senza parole. Ma come si fa a chiamare congresso quello che non è un congresso? Si celebrerà prima quello nazionale, e a seguire, dopo le prossime elezioni, quelli provinciali e regionali. Roba da non credere. Hanno rovesciato la piramide e parlano ancora di democrazia e trasparenza nella gestione politica organizzativa dell’Idv. DELFINO PARLATO. «Sono andato via, gestione oscura in Lombardia. Mi dissero che Di Pietro non si occupa di problemi locali». trianglert Delfino Parlato DI PEPPINO CALDAROLA orse in queste ore Di Pietro rimpiange i tempi in cui era solo. Il successo gli sta rovinando la festa. Quando abbandonò incomprensibilmente la magistratura la politica gli fece ponti d’oro. Berlusconi, tramite Previti, gli offrì un ministero nel suo primo governo. An lo corteggiava considerandolo affine nella visione politica. D’Alema lo parlamentarizzò offrendogli il collegio nel Mugello lasciato libero da Pino Arlacchi che oggi è senatore dell’Idv. Poi arrivò l’avventura nel primo governo Prodi interrotta da un’inchiesta che finì in una bolla di sapone. Il primo Di Pietro era un girovago in attesa di collocazione. In poco tempo la rendita di posizione dei suoi anni d’oro di Mani Pulite si stava esaurendo e l’ex pm capì che doveva mettersi in proprio. Fondò il suo movimento raccattando scontenti di tutti i partiti. Con un gruppo di fedelissimi, in primo luogo l’irriducibile Silvana Mura, mise in piedi un partitino che lo costrinse a girare in lungo e in largo tutta l’Italia. I grandi partiti lo rifiutavano, nell’Ulivo venne accettato a malincuore. Persino durante il “biennio rossiccio” quando imperversavano la Cgil di Cofferati e i girotondi di Moretti il povero magistrato sembrava l’anatroccolo nero. Le file dell’Idv intanto si ingrossavano di riciclati di ogni tipo. In poco tempo Di Pietro mise insieme un’armata BranF caleone che non guardava tanto per il sottile. Il modello era “mastelliano”. Un partito con qualche voto al Nord ma che cercava di insediarsi al Sud nel mondo degli esclusi dalla politica. La seconda esperienza di governo, sempre con Prodi, lo riportò al centro della scena per le diatribe con il suo omologo di Ceppaloni. Sarebbe rimasto a lungo un pesce pilota, quello che segue nel suo viaggio i grandi cetacei e si ciba dei loro avanzi, se non fosse successa una situazione nuova e non fosse apparso all’orizzonte un nuovo leader. La terza vittoria di Berlusconi convince un’area elettorale del centrosinistra, in cui Repubblica regna sovrana, che è arrivata l’ora dell’attacco frontale. I temi giustizialisti riprendono il sopravvento non dalla porta secondaria dei girotondi ma dal portone d’ingresso delle forze antiberlusconiane che contano. L’arrivo di Veltroni alla guida del Pd gli offre l’occasione di svolgere il ruolo del king maker del partito a semivocazione maggioritaria. Veltroni lo nomina alleato privilegiato, gli presta un paio di uomini per formare il gruppo parlamentare, Touadì e Giulietti, e lo rimette in corsa. Nel frattempo l’Italia dei valori comincia a gonfiarsi. Arriva gente di ogni tipo, come ne è arrivata tanta nel passato, basta pensare al senatore De Gregorio. Arrivano anche ex dc come Pino Pisicchio, che nelle elezioni baresi che portarono alla vittoria Michele Emiliano si era battuto contro l’ingresso in politica dell’ex magistrato. Veltroni dura poco e si dimette. Il Pd non sa che pesci prendere ed inizia la nuova stagione d’oro di Di Pietro. Quel mondo giustizialista che affolla i giornali, le università, le tv, per non parlare dei tribunali si toglie la puzza sotto il naso e lo incorona. Qualche incidente di percorso sembra frenarlo come nel caso del figlio Cristiano impegnato ceppalonianamente in una storia di raccomandazioni e di appalti. Tuttavia Di Pietro resiste. È lui il taxi che l’armata degli antiberlusconiani “duri e puri” è costretto a prendere per entrare nell’agone politico e soprattutto per lavorare ai fianchi un esausto Pd. Il voto europeo gli regala un trionfo e una disgrazia. Il trionfo sono i voti, la disgrazia è Luigi De Magistris. La new entry della magistratura in politica è un uomo ambizioso, con buoni rapporti con il sistema dei media, una vasta popolarità che viene da inchieste clamorose mai condotte a buon fine. Dietro De Magistris si colloca Paolo Flores D’Arcais che da anni cerca la leva per sollevare il mondo. Dalle colonne di Micromega parte l’attacco più duro al mondo di Di Pietro. In poche ore il reuccio di Montenero di Bisaccia si trova in braghe di tela. L’elenco degli “intrusi” che militano nel suo partito è impressionante. La “questione morale” agitata contro gli avversari sconvolge la bolla elettorale dipietresca. Il partito ne viene scosso profondamente. La stessa gestione padronale dell’Idv è messa in discussione. Non c’è ex amico o ex alleato di Di Pietro, basti pensare a Veltri, Giulietto Chiesa e Occhetto che non metta in luce la famelicità dell’ex pm quando si parla di finanziamenti pubblici. Tutta l’argenteria è in mano a lui e a Silvana Mura. I giornali di destra scrivono di speculazioni immobiliari. L’Italia dei valori cresce percentualmente come un partito di medie dimensioni ma dal punto di vista finanziarioamministrativo è sempre un’impresa familiare. La nuova stagione antiberlusconiana porta nuovi voti a Di Pietro ma gli fa perdere il comando dell’area. A mano a mano che il campo viene occupato dal gruppo “Repubblica” si capisce che per Di Pietro sta iniziando la stagione del declino. Si apre, è la storia di queste ore, un nuovo scontro senza precedenti. La politica non c’entra. C’è qualcuno, come il capogruppo alla Camera Donati, che non ama le polemiche con il Quirinale, ma non è questo il centro della contesa. I “rinnovatori” dell’Idv sollevano il tema delle infiltrazioni nel partito. Luigi De Magistris parla di un punto in comune con Di Pietro la difesa della Costituzione ma non mette a tacere le voci su una sua ambizione di sostituire il collega più anziano. Di Pietro intanto svolta a sinistra e stabilisce un patto con Ferrero, leader della dimezzata Rifondazione comunista, su temi sociali che non erano mai comparsi nella sua piattaforma politica. Anche Rutelli trova qualche aggancio nell’Idv e forse si porta nel suo nuovo movimento un paio di parlamentari legati a Pino Pisicchio. Beppe Grillo continua a raccogliere consensi nella stessa area giustizialista e Il Fatto di Travaglio e Padellaro non rilascia deleghe. Il rospo si è gonfiato troppo ma per molti è rimasto rospo. Di Pietro è un combattente vero, ma sopravviverà alla guerra civile che gli sta scoppiando in casa? PEPPINO CALDAROLA
Rigore senza sviluppo Banda larga congelata ono stati congelati gli stanziamenti da 800 milioni di euro che erano destinati alla banda larga, cioè al potenziamento della (mitica) rete di Telecom. Lo ha detto Gianni Letta, saranno sbloccati solo a crisi finita. È il classico caso che dimostra come sarà difficile per il governo coniugare rigore e sviluppo. Gli 800 milioni costituivano una base di investimento su cui convogliare altre risorse, una volta definito il destino di Telecom Italia. Dovevano essere la prima pietra. Se ne riparlerà in un altro momento. Ma l’esecutivo si troverà alle prese con decisioni analoghe in molti altri casi. E dovrà scegliere se puntare sugli investimenti o tenere a mente gli avvisi di Giulio Tremonti. Potrebbe succedere su tutti i progetti infrastrutturali, sul nucleare, sui piani di opere pubbliche, sulla ricerca (come già accade). Sarà difficile coniugare rigore e sviluppo anche in quelle rare circostanze in cui è la spesa corrente a garantire nel pubblico standard all’altezza delle nostre esigenze o abitudini: per esempio è il caso come ha ricordato una bella puntata di Report nelle scorse settimane del finanziamento ai Beni culturali. La stessa cosa vale per la sicurezza. Il caso è sotto i nostri occhi: governo e pezzi di maggioranza litigano perchè non ci sono i finanziamenti da destinare alle richieste delle forze dell’ordine. Cioè a quelli che dovrebbero garantire la sicurezza su cui lo stesso governo ha politicamente investito. C’è una strada per uscire da questo cul de sac? C’è, tagliare spesa pubblica improduttiva. Gli emendamenti Baldassarri indicano una strada, ma bisognerebbe avere più coraggio: intervenire sull’età pensionabile e riflettere una buona volta sul pubblico impiego. S Il sesso divinizza il potere assoluto DI BENEDETTO IPPOLITO L’Italia ha il peso politico per far vincere D’Alema? Costruire carceri come opere pubbliche l governo italiano fa sapere che Silvio Berlusconi si è messo al lavoro con le cancellerie europee per sostenere la candidatura di Massimo D’Alema a ministro degli esteri della Ue. «Una candidatura forte», avrebbe detto il premier italiano a Sarkozy e Merkel, e agli inglesi e ai portoghesi. Da ieri, dunque, il governo italiano sembra intenzionato a trasformare quello che finora è stato un «benign neglect» nei confronti di una candidatura che proveniva dal Pse, in un sostegno aperto a quella che così diventa una candidatura italiana. In realtà, se si vuole vincere questa partita non c’è altro modo di giocarla. Alla fine i capi di governo decideranno tutto in una notte, alla fine di una convulsa trattativa in cui tutti i paesi dovranno ottenere qualcosa (e il problema è che gli inglesi devono per forza ottenere qualcosa, e se chiederanno gli Esteri difficilmente potrà essere loro negato). In quella riunione, decisivo sarà dunque l’appoggio diretto e personale di un numero sufficiente di primi ministri. Il vero ostacolo per ora viene dalla contrarietà della signora Merkel, non tanto a D’Alema quanto all’idea di dare a un italiano un ruolo così importante (e questo spiega anche qualche mugugno che proviene dalla Polonia, sempre alleata di Berlino, anche se ieri una vera e propria opposizione di Varsavia a D’Alema è stata smentita da fonti ufficiali del governo). In effetti ciò che il governo Berlusconi dovrà verificare in queste ore è se l’Italia ha il peso specifico necessario per strappare ad altri paesi una poltrona di primo piano. Per la più imprevedibile eterogenesi dei fini, dunque, sul successo di D’Alema Berlusconi si gioca oggi una buona parte della reputazione internazionale sua e dell’Italia. I Opel, un caso quasi alitaliano finita con un mezzo pasticcio internazionale. La signora Merkel ce l’ha con Obama che non ha fermato General Motors. Putin pure, con Obama. Ma anche con i socialdemocratici tedeschi, che non hanno saputo garantire l’investimento finanziario dei russi nella cordata guidata da Magna per l’acquisto del braccio europeo di Gm. La mancata cessione da parte di Gm della Opel è stata una soap lunga quanto quella per la privatizzazione di Alitalia. Prima la richiesta di fondi pubblici al governo tedesco, poi l’offerta della Fiat in cerca del doppio strike, l’apertura a Berlino di una gara piuttosto informale, le candidature aggiuntive di un fondo belga, di una cordata austrorussocanadese e chissà, forse di un produttore cinese. L’incertezza sull’ultima parola: spetta al governo tedesco che traccheggia in attesa delle elezioni generali e non vuole sentir parlare di piani di ristrutturazione delle fabbriche, o spetta all’azionista, cioè a General Motors? Ma Gm prima vuole vendere, poi no, poi ancora sì e infine ci ripensa quando si accorge che la crisi globale sta finendo e non conviene buttar via Opel, mentre Ford riprende a fare utili e Marchionne sbarca a Detroit. Alla fine Opel è rimasta a Gm, e nella gestione dei dossier economici Berlino si è avvicinata un po’ a Roma. È trianglert SEGUE DALLA PRIMA PAGINA n effetti, il legame tra espressione del potere e pratica della sessualità è talmente diffuso ormai nella cronaca da non poter essere più aggirato. Ritanna Armeni ritiene che la crisi derivi principalmente dalla fine della sacralità della politica e dalla consequenziale rottura dell’argine che filtrava, fino a qualche tempo fa, i vizi privati dalle pubbliche virtù dei potenti. La politica, cioè, ha smarrito il suo volto sacro, e il potere e le sue liturgie hanno perduto la preziosa capacità di distinguere chiaramente il bene dal male. Il risultato è la legittimazione del potere nella società come una pratica trasgressiva, al contempo priva di sacralità e autorevolezza. Nell’articolo si ritiene, inoltre, che tale disincanto dissolutivo della funzione sacerdotale del politico abbia consumato il lungo processo di emancipazione della donna, unendo «l’invadenza della sessualità maschile alla prepotenza di una libertà femminile priva di consapevolezza e pronta a tutto per affermarsi». Il ricorso, perciò, di tanti politici a pratiche sessuali più o meno estreme e a pagamento sarebbe la dimostrazione inoppugnabile che «quella sacralità che finora li aveva difeI si si è irreparabilmente dissolta». Ora, nonostante la forza suggestiva della lettura, mi pare che la spiegazione non sia del tutto convincente. Per comprendere bene quanto sta accadendo, bisogna tener presente, al contrario, che la corruzione investe sia la sfera morale e sia l’eticità pubblica, esibendo un fenomeno articolato e complesso che è esattamente l’inverso della dissacrazione del potere. Come ci ricordano storici dell’antichità del calibro di Tacito e Svetonio, la sessualità è da sempre l’espressione massima della venerabilità del potere, esprimendo la divinazione della libertà suprema di chi comanda, la quale si comunica poi nel piacere come concretizzazione estrema di una libertà illimitata. Era così per Nerone e Caligola. Non è molto diverso per i nostri attuali politici. Il lento processo di indebolimento del “sacro religioso”, iniziato alcuni secoli fa, ha comportato una lenta e decisiva sostituzione della trascendenza autentica del divino con l’esercizio individuale del potere, la cui conseguenza è stata proprio l’affermazione secolarizzata del “sacro politico”. Il corpo del potente è divenuto un tempio o un harem di culto della personalità, dalla cui presenza gli altri, uomini e donne, sperano di ottenere miracolosamente l’unica beatitudine veramente desiderata, ossia la salvezza. Quelle escort giunte liberamente dal profondo sud a casa di potenti romani per soddisfare i piaceri selettivi e imponderabili delle divinità al governo è il segnale evidente dell’assolutezza del potere, nella sua funzione soprannaturale e provvidenziale. In ogni caso, non esprime certo la sua dissoluzione. Oggi, d’altronde, anche la sacrosanta emancipazione delle donne partecipa, a suo modo, al culto idolatrico del potere, di cui il sesso è strumento erotico spogliato della sua originaria funzione comunicativa. La trasgressione sessuale non è uno sballo, in realtà, ma la liberazione da quel limite insopportabile che separa la divinità del potere dalla fragilità di chi lo detiene. In definitiva, non è il privato che penetra nel pubblico, ma è il pubblico che si frammenta nelle peculiari esigenze di una dimensione privata divenuta ormai reliquia del sacro e spettacolo funesto di una tragedia psicologica collettiva. Il consumo della sessualità è l’ultima manifestazione di una fragilità del potente che resta attaccato al compiacimento fisico del suo ruolo divino, verso cui sente un’incolmabile inadeguatezza mentale. Solo il ritornare autentico del sacro religioso fuori dallo spazio del potere, come volto autentico della politica, produrrà rimedio a questo fenomeno, elevando l’eroismo personale a una umile sottomissione verso un ideale superiore che genera eticità. Quando ciò accade, il potente come avveniva ai re cristiani assume il ruolo di colui che sopprime la propria superbia nell’umile esercizio del bene comune, acquisendo autorevolezza e umanità. Unicamente quando la sacralità si separa dal potere e torna ad essere un ideale pubblico della politica, il potere stesso ritrova vero prestigio. E magari il sesso torna ad essere la meravigliosa fusione d’amore tra persone umane che vogliono unire i loro corpi all’eternità. entile direttore, poiché condivido il ragionamento e le conclusioni del suo editoriale del 4 novembre, vorrei esprimere la mia opinione sul tema da lei sollevato sulla scorta della mia esperienza di amministratore, svolta nel corso di otto anni nel Comune di Roma. Vorrei porre al centro la questione della necessità di un grande piano nazionale di adeguamento degli istituti di pena esistenti e di realizzazioni di nuovi complessi. Realizzare nuovi e moderni complessi impone una dolorosa riflessione sul tema delle opere pubbliche in Italia e sull’approvigionamento dei suoli indispensabili per realizzarle. L’Italia è un paese dove si disperdono, ogni anno, 160 miliardi di euro tra evasione fiscale e corruzione nella pubblica amministrazione dati Istat e procura della Corte dei Conti. L’Italia è anche un Paese con una legislazione urbanistica vecchia e contraddittoria, con una normativa per gli espropri costosissima e impraticabile per le amministrazioni pubbliche. Tutto ciò rende lo stato e i comuni nudi e senza armi di fronte alla rendita e pressoché inabili a realizzare direttamente e con norG mali appalti grandi opere di pubblica utilità carceri, ospedali, infrastrutture, metropolitane, attrezzature universitarie, impianti sportivi, edilizia popolare. Il risultato è che si sceglie sempre più, inevitabilmente, la strada del coinvolgimento di soggetti imprenditoriali privati per realizzare quanto necessario alla collettività, ristorando questi ultimi con vigorose operazioni immobiliari. Per le carceri, il business privato sarebbe rappresentato non dalla gestione dei servizi poco redditizi ma dalla costruzione limitrofa di case e alberghi per il personale di servizio e per i famigliari. Non sono affatto contrario a questo tipo di possibilità, ma il fatto che questo sta diventando sempre più “l’unico” modo per tentare di fare opere pubbliche. Dico tentare, perché le procedure necessarie a tal fine, project financing o altro, sono così farraginose e alla fine le opere non si fanno quasi mai ma si generano progetti, aspettative illusorie, fidi bancari, senza mettere quasi mai un solo mattone. Il ponte sullo stretto ne è un esempio. Peraltro le modalità di scambio tra pubblico e privato non sono normate da nessuna parte e ognuno in giro per lo stivale fa un po’ come gli pare generando ricorsi, contenziosi e danni per tutti. Ormai in Italia abbiamo un patrimonio pubblico sempre più fatiscente carceri, scuole, ospedali, università, stadi e un “capitale fisso” di infrastrutture arretrato e costoso per i motivi suddetti. Le nostre città sono le più belle del mondo, perché nei secoli le vecchie classi dominanti ne hanno curato magari per esigenze di potere e dominio la parte pubblica, realizzando monumenti, edifici pubblici, chiese, piazze, ville storiche e lo hanno fatto potendo gestire senza ostacoli il suolo anche per le finalità collettive. Oggi le nostre città stanno morendo, nella loro dimensione pubblica. Per questo occorre un risveglio culturale che ponga al centro di un moderno riformismo una nuova legge del territorio e di uso del suolo. Una legge che ridia pari opportunità ai diritti privati e alle esigenze pubbliche, restituisca la giusta praticabilità allo strumento dell’esproprio e normi in modo rigoroso le forme di contrattazione tra pubblico e privato anche per realizzare le opere pubbliche. Il governo Berlusconi anche su questo ha fallito. Ha fallito sul piano casa. Ha fallito sulle grandi opere. Ha fallito sull’edilizia sanitaria. Ha fallito sugli istituti di pena. Ha fallito sugli stadi di calcio. Senza mettere mano in modo serio al governo del suolo l’Italia andrà a rotoli. Avremo tanta L’Aquila, tante Messina e tante carceri stracolme. Nessuno però vuole parlarne. Forse per questo: quando nei primi anni ’60 si tentò di mettere mano a una grande riforma urbanistica scattò un piano eversivo, il piano Solo che fece avvertire a Pietro Nenni un “tintinnar di sciabole”. Ecco perché un riformismo forte e coraggioso deve affrontare questo problema. ROBERTO MORASSUT arà Franceschini probabilmente il nuovo capogruppo del Pd alla Camera, tornando così all’incarico che aveva nella precedente legislatura. L’accordo fra il perdente e il vincitore di uno scontro politico assai duro non sorprende. Basti pensare a Obama e a Hillary. Le perplessità sono altre. Una riguarda Franceschini, l’altra Bersani. Non capisco perché un uomo politico che è stato vicesegretario in una stagione infuocata del Pd e poi addirittura segretario dello stesso partito non senta il bisogno, dopo una sonora sconfitta, di mettersi a riposo per qualche tempo. L’idea che comunque vada un posto di comando sia assicurato toglie valore alla contesa politica. Così non si rischia mai. Il capogruppo è, di fatto, il numero 2 del partito, quinS di Franceschini, perdendo, ha vinto un terno al lotto e continua per la sua strada. La scelta di Bersani è frutto dell’antica ossessione per l’unità del partito. Il vincitore coopta il perdente perché teme la scissione. Non si va lontano se la minaccia di rottura è vissuta così drammaticamente, soprattutto quando non c’è il rischio che Franceschini faccia come Rutelli. Bersani trascura un solido problema politico. Il suo predecessore ha avuto una linea sostanzialmente dipietrista. Avevamo capito dalla campagna elettorale di Bersani, e anche da quello che ci ha detto subito dopo la vittoria, che lui pensa a un partito diverso. Che cosa accadrà al Pd? Dipietrista alla Camera e “contenutista” fuori del parlamento? Un partito doubleface a chi serve? Un errore Franceschini capogruppo MAMBO DI PEPPINO CALDAROLA Commenti 4 VENERDÌ 6 NOVEMBRE 2009
5 VENERDÌ 6 NOVEMBRE 2009 il padrone trianglert SEGUE DALLA PRIMA PAGINA a cifra è indicata verso la fine di 146 pagine che sono un macigno per la Fininvest e mettono a nudo i metodi senza scrupoli seguiti dal Cavaliere per mettere le mani sulla corazzata Mondadori. Senza contare che nel frattempo l’esecutività della sentenza è stata sospesa e il giudice Mesiano è stato linciato da un servizio confezionato da una tv del padrone. Tra la fine degli anni ottanta e l’inizio dei novanta, Berlusconi mosse la cosidetta guerra di Segrate su ordine di Bettino Craxi. Era la Prima repubblica e l’allora imprenditore rampante di Arcore era perfettamente inserito nel sistema politicoaffaristico di quel tempo. Altro che uomo nuovo, quindi, della Seconda repubblica. Del resto, basta guardare la cronologia dei fatti. La sentenza della Corte di Appello di Roma firmata dal giudice Vittorio Metta (una sentenza già scritta) che favorì la Fininvest è del gennaio 1991. Due anni dopo il Cavaliere prepara la discesa in campo. Insomma, il lodo Mondadori è il prequel del film infinito del conflitto d’interessi e contiene in nuce tutti gli elementi nocivi del berlusconismo. Uno su tutti: la corruzione, da cui l’attuale premier si salvò soltanto grazie alla prescrizione. Si legge a pagina 12: «L’avv. Vittorio Ripa di Meana (difensore della Cir) ha diL chiarato nel corso della sua testimonianza in sede penale che, durante le vacanze natalizie 19901991 si trovò a parlare col dott. Bruno Pazzi, allora presidente della Consob, presso la sede della medesima e che lo stesso gli riferì che l’esito della sentenza sarebbe stato sfavorevole alla Cir. Ha dichiarato infatti il citato teste: “Lui mi rispose, con mio grande stupore che la sentenza era già stata decisa e che quindi ci era sfavorevole. Espressi molto stupore, sia per la notizia, sia per il fatto che lui me la desse”». Questo grazie al ruolo cruciale dell’avvocato Cesare Previti, il cui studio legale a Roma viene identificato di fatto come una «seconda sede della Fininvest». Corruttore di giudici con i quali aveva «rapporti di confidenza», Previti in un primo momento, quando Berlusconi vinse le elezioni del ’94, era stato designato alla funzione di Guardasigilli. Poi si “accontentò” della Difesa. Pagina 93, sui «rapporti tra gli imputati secondo le dichiarazioni di Stefania Ariosto». La teste «aveva conosciuto Cesare Previti negli anni ottanta, attraverso Giorgio Casoli, magistrato, amico di famiglia fin dagli anni Settanta. Era diventata buona amica di Previti, che la invitava spesso a casa per ricevimenti e cene o colazioni, e che le aveva confidato di avere fondi illimitati messi a disposizione da Silvio Berlusconi per corrompere magistrati». Poi arriva «l’atto corruttivo» di Vittorio Metta. Il giudice Mesiano nella sentenza con cui ha condannato la Fininvest a risarcire con circa 750 milioni di euro la Cir debenedettiana ha ritenuto «che nella presente causa civile sia provata, in termini di rilevante probabilità» la circostanza che i 400 milioni di lire in contanti utilizzati da Metta per comprare un appartamento a Roma, in via Casal de Merode, «provengano dalla provvista di 2,732 miliardi di dollari» bonificati nel febbraio 1991 «dalla Fininvest di Silvio Berlusconi a Cesare Previti» e che dunque «rappresentino il prezzo, o quanto meno una parte di esso, promesso e pagato a Metta per la decisione favorevole a Fininvest della controversia Mondadori». Ma da dove provenivano questi soldi? Si parte da una data: il 13 febbraio 1991, appena venti giorni dopo la pubblicazione della sentenza Metta. Il sottoconto in dollari del c/c n.Q5 772077 2010 denominato All Iberian (accesso presso la banda Sbs di Lugano) registrò un addebito di 2,732 miliardi di dollari: la stessa cifra poi ricevuta da Previti. Dalla documentazione risulta che l’apertura del conto All Iberian fu richiesta da Candia Camaggi e il beneficiario economico viene indicato nel «Gruppo Fininvest c/o Fininvest Service SA» con sede in Svizzera. Altro conflitto d’interessi del presidente del Consiglio. Anzi tre in un solo colpo. Perché proprio sotto il secondo governo Berlusconi, il suo ministro dell’Economia (ad personam) Giulio Tremonti escogitò una misura per far rientrare in Italia i capitali illegali detenuti all’estero: lo scudo fiscale. Oggi siamo alla terza edizione del condono valutario. Le norme con cui si può organizzare un corridoio preferenziale tra i paradisi fiscali e il nostro paese sono state ideate proprio da Tremonti nel 2001 e nel 2003, anni in cui lo scudo fiscale era coperto anche dal cosiddetto condono tombale. Tradotto significa che lo Stato fa leggi per far rientrare in patria i soldi evasi, il truffatoreevasore paga una piccolissima aliquota sulla somma, ma poi può stare certo che non verserà, per il resto della sua vita, all’Erario un euro sulla somma illegale rimpatriata. Ma con la nuova edizione dello scudo c’è di più. Infatti, nella circolare dell’Agenzia delle entrate con cui si rende operativo il condono c’è scritto espressamente che le persone «politicamente esposte» residenti in Italia possono usufruire dello scudo fiscale nello stesso regime di segretezza di tutti gli altri. Onorevoli state tranquilli: «Ghe pensi mi». Il pagamento Fininvest dei 750 milioni di euro alla Cir di Carlo De Benedetti è stato sospeso in attesa della sentenza d’appello. E proprio sul ricorso Fininvest si è consumato l’ennesimo conflitto d’interessi di Berlusconi. Alcuni osservatori hanno notato che insieme al ricorso sono stati presentati due documenti con cui si “smonta” la ricostruzione di Mesiano. Chi c’è tra i firmatari dei documenti? Il professor Roberto Poli: presidente di Eni, l’azienda energetica la cui maggioranza delle azioni è posseduta dallo Stato (il ministero dell’Economia ha il 20,31 per cento e la Cassa depositi e prestiti il 9,99 per cento). Poli è stato nominato al vertice del cane a sei zampe nel 2002, con il Cavaliere a Palazzo Chigi. Poli è stato anche presidente di Publitalia la concessionaria di pubblicità delle reti televisive del gruppo Mediaset e consulente finanziario Fininvest. Oggi siede tra i consiglieri Mondadori e guarda caso nel cda Fininvest. F. D’ESPOSITO E G. PICA (3. continua) CONFLITTO D’INTERESSI/3. La sentenza Mesiano che riconosce alla Cir un risarcimento di 750 milioni di euro. Il ruolo dei consulenti Fininvest poi promossi all’Eni. Le mani sulla Mondadori Corruzione di un giudice trianglert SPOT DI STATO. Sui quaranta periodici italiani di Mondadori c’è una quantità impressionante di pagine di pubblicità istituzionale, in prevalenza pagate da enti governati dalla destra di Berlusconi. Sopra riportiamo alcuni esempi, oggi in edicola. Ecco la pubblicità di Stato sui periodici del premiereditore
6 VENERDÌ 6 NOVEMBRE 2009 seconda «Berlusconi ha fallito ma non si può votare ora» FRANCESCO RUTELLI. «La crisi del centrodestra è irreversibile, però il voto non farebbe che radicalizzare lo scontro e peggiorare le cose. La successione? Io non c’entro. Il presidente della Camera? È più fuori che dentro il Pdl». trianglert SEGUE DALLA PRIMA PAGINA Si dice che Berlusconi voglia tornare alle urne per mettere a tacere i suoi oppositori interni. E cosa cambierebbe? La situazione del paese è drammatica. E io la vivo con profonda angoscia. La promessa elettorale del centrodestra non è realizzabile, sia per la crisi economica sia per l’emergere di una crisi politica interna alla coalizione. La crisi ha portato indietro di dieci anni la ricchezza nazionale. Le ricette del governo non sostengono la crescita. Tremonti è in trincea per evitare maggiori spese, ma tutto conferma che in Italia il vero partito della spesa pubblica è il centrodestra. Ogni anno che il Signore ci manda noi spendiamo 75 miliardi di interessi sul debito pubblico e ci scanniamo per decidere come allocarne due o tre, come sta accadendo oggi (ieri,ndr) al Senato. Ma dopo la “guerra dei quindici anni”, e finché resta questa offerta politica, bloccata non ci sono le condizioni per una generale assunzione di responsabilità. Sul premier incombe anche una questione giudiziaria. Può essere questa a riportare il paese alle urne? Se qualcuno ancora pensa che si può ancora sconfiggere Berlusconi per la via giudiziaria sbaglia oggi come sbagliava in passato. Non è così che Berlusconi si farà da parte. Ma in molti scalpitano per la successione. Gianfranco Fini, per esempio. Fini è in una crisi profondissima e si sente più fuori che dentro il progetto politico del Pdl. Tremonti? Tremonti aspetta dal 1994 di succedere a Berlusconi. È uno dei papabili, ma è anche chiaro che per la prima volta si è aperta una falla nel suo fronte di riferimento: aveva la Lega dietro di sé, adesso ne ha solo una parte. Anche Casini spera di ereditare? Casini è fuori dal Pdl. E sta conducendo una battaglia coraggiosa. Ora si è aperta pure la sfida per la successione a Bossi nella Lega. Bossi comanda l’agenda del governo. Questa situazione sta provocando un profondo disincanto nell’elettorato moderato. E rischia di produrre altri danni. Perché uno schema politico in cui continua a crescere lo spazio della Lega porterà alla nascita di un partito del sud, ma non nel senso lombardo. Si metteranno insieme pezzi di classe dirigente locale che sentendosi esclusi dalla cabina di comando si attrezzeranno per mantenere una capacità contrattuale. E questo non avverrà nell’interesse generale o del Mezzogiorno ma di interessi particolari, e non è detto che siano sempre limpidi. Si dice anche Rutelli voglia partecipare alla spartizione dell’eredità politica del Pdl? La successione nel centrodestra non è affare mio. È evidente che non ce la fa un centrodestra che diventa sempre più destra, come è evidente che la sinistra non offre un’alternativa. L’opposizione rimpicciolisce anziché espandersi. L’unica possibilità è preparare una nuova offerta politica. A questo sto lavorando. Non alla fondazione di un partitino centrista, ma al nucleo di una iniziativa destinata crescere e ad aggregarsi con altre forze. Certamente la nostra strada incrocerà l’Udc. Ma dobbiamo immaginare qualcosa di molto più ambizioso. Confida nella scesa in campo di Montezemolo? Con lui i rapporti sono più che amichevoli, ma Luca ha spiegato che non vuole pronunciarsi oggi sul suo impegno in politica e non sarò io a tirarlo per la giacca o a collegarlo alla nostra iniziativa. È incoraggiante intanto che tra i firmatari e gli aderenti al nostro manifesto ci siano già molte personalità dell’impresa e dell’economia. Dal Pd continuano a pioverle molte accuse. Parisi e Prodi sostengono che se il Pd non è nato lei è tra i principali responsabili. Una sciocchezza. Ho sciolto un partito, la Margherita, per far nascere il Pd, senza chiedere nulla in cambio, e mentre altri parlavano ancora di Ulivo. Lei si è opposto a più riprese alle liste unitarie dell’Ulivo da cui il Pd è poi nato. Abbiamo fatto liste dell’Ulivo in Europa nel 2004 anche se ci siamo subito divisi tra socialisti e liberaldemocratici. Le abbiamo fatte alle regionali del 2005. Ma per fare liste nelle elezioni politiche ci vuole un partito, non un cartello. Cos’era l’Ulivo, del resto? Oggi l’alleanza anche con Diliberto, un altro giorno il quasipartito di Prodi e quello dopo l’alleanza DsMargherita. L’Ulivo non era altro che il modo di accompagnare la transizione della sinistra postcomunista verso un approdo democratico compiuto. Cos’ha contro la parola sinistra? Ho posto delle condizioni quando abbiamo sciolto la Margherita: mai coi socialisti europei, no al collateralismo, cioè autonomia rispetto alle strutture organizzate del Pci, e fondazione di un nuovo pensiero pluralistico. Tutte mancate. Se qualcuno pensava che potessi entrare in un partito di sinistra faceva bene a dirmelo prima. Schroeder ha chiamato “nuovo centro” la Spd di dieci anni fa. Blair ha rivoluzionato il Labour dodici anni fa. E noi stiamo ancora a discutere di una fisionomia socialdemocratica? Il programma di Veltroni era molto blairiano. Gli elettori lo hanno bocciato. Il Pd ha ottenuto un buon risultato col 33 per cento. Poi è annegato in una attività quotidiana che non rispondeva a messaggi e priorità forti, ma a un eclettismo senza fine. Un partito dell’alternativa deve dire al paese le due, tre cose che vuole fare. Se ne vuole fare sessanta, non ne rimane nessuna. Lei rimprovera al Pd anche la deriva dipietrista, ma fu tra i dirigenti che tacquero davanti alla scelta di Veltroni di allearsi con l’ex pm. Veltroni ci spiegò che, secondo i sondaggi, con l’alleanza con Di Pietro eravamo a pochi punti da Berlusconi e ci giocavamo la possibilità di vincere. Si è assunto questa responsabilità e nessuno si è sentito di rifiutare una chance competitiva. Ma il problema è che non è stato congegnato un meccanismo di gestione di questo rapporto che garantisse il Pd dai voltafaccia di Di Pietro. E così Di Pietro si è preso sia l’agenda girotondina sia i voti del Pd. Si prepara a lanciare ufficialmente il suo movimento. Non è un obbligo politico misurarvi alle prossime regionali? O avete paura di contarvi? Abbiamo ricevuto un numero pazzesco di messaggi di appoggio e solidarietà. Di delusi del Pd, di disillusi della politica e di curiosi del centrodestra. Solo nella mia mail personale ho ricevuto 500 messaggi di diversi esponenti politici territoriali: sindaci, assessori, consiglieri. Presenteremo subito un elenco di proposte chiare, a cominciare dal tema della laicità. E alle regionali non faremo da spettatori. STEFANO CAPPELLINI Anche Calearo saluta il Pd Il nodo di Bindi presidente DI SERENELLA MATTERA square6 Un altro pezzetto sta per andare. Dopo il padre fondatore Francesco Rutelli, nel Partito democratico sembra essere la volta dell’addio di uno dei volti nuovi che Walter Veltroni aveva chiamato in squadra alle ultime elezioni. Massimo Calearo, capolista in Veneto in quota “imprenditori”, potrebbe annunciare già oggi la decisione di abbandonare un partito che con la guida di Pier Luigi Bersani tende a spostarsi troppo a sinistra per i suoi gusti. Così, mentre il neosegretario conclude il suo giro delle consultazioni dicendosi convinto di aver «riavviato il partito», il riassetto degli equilibri interni fa registrare nuove, e non inaspettate, perdite. Lo aveva detto chiaramente, Calearo, nell’annunciare il sostegno alle primarie a Dario Franceschini: «Bersani è un amico di sempre, ma se il partito dovesse andare a sinistra, io non mi ci riconosco più. Io di sinistra non lo sono mai stato». Poca meraviglia, dunque, che ieri abbia fatto trapelare l’intenzione di abbandonare il Pd. Seguirà Rutelli nella sua nuova formazione centrista? Chi può dirlo. Per il momento riceve un invito ad unirsi al Pdl dalla deputata Giustina Destro («Calearo in passato mi era sembrato più leghista che del Pd…»). Mentre il sindaco di Venezia, Massimo Cacciari, che nei giorni scorsi ha annunciato che non accetterà più candidature, gli fa pervenire la sua comprensione. Lorenzo Dellai, presidente della provincia di Trento e oggi tra i promotori del movimento “Nuovo centro” di Rutelli, ragiona: «Questo tipo di assetto bipolare mostra segni di stanchezza e quindi ci possono essere persone che cercano vie di uscita». «Il nostro progetto politico non punta a disgregare, ma a costruire», si premura poi di aggiungere, quasi a voler allontanare da sé ogni colpa per il nuovo abbandono, che Dellai derubrica a semplice «evoluzione del quadro politico». Proprio quella evoluzione che il neosegretario democratico cerca ora di governare, reggendo l’urto delle perdite eccellenti. Domani l’elezione sarà ufficializzata nell’assemblea dei mille, nella quale Bersani traccerà la sua rotta. Ma il lavoro è stato già intenso. Da un lato l’incontro con i leader di maggioranza e opposizione e i presidenti di Camera e Senato, per manifestare l’intenzione di presentarsi come «interlocutore per riforme utili all’Italia». Dall’altro, la ristrutturazione degli assetti interni, essenziale per poter davvero governare un soggetto fatto di mille anime. «Abbiamo riavviato il partito», avrebbe detto ieri l’ex ministro ai suoi collaboratori. Di certo, Bersani ha lavorato per dare un segnale chiaro nella direzione di una gestione plurale, che coinvolga le minoranze in ruoli di responsabilità. Un segnale che Beppe Fioroni mostra di gradire. In un’intervista a L’Espresso l’ex margheritino critica la decisione di Rutelli di abbandonare e si mette a disposizione di Bersani: «Cosa faremo insieme ce lo dirà lui». Ma ieri per il neosegretario è stata la volta dell’incontro con Piero Fassino. In una chiacchierata sulla nuova rotta da dare al Pd, i due ex ds avrebbero messo da parte le divisioni congressuali e spianato la strada alla riconferma di Fassino come responsabile Esteri del partito. Ma il nodo che Bersani deve sciogliere più in fretta è quello della presidenza, che dovrà essere votata già domani. Rosy Bindi? La convergenza sul nome c’è, ma bisogna capire se nel partito possa essere digerito un doppio incarico: Bindi non ha alcuna intenzione di lasciare la vicepresidenza della Camera. In suo sostegno è scesa ieri in campo Livia Turco: l’elezione di Bindi segnerebbe una «svolta significativa» e riconoscerebbe «finalmente» nel partito «il ruolo di una donna». DEMOCRAT. L’imprenditore veneto esce dal partito. Domani l’ufficializzazione in assemblea del segretario. Che insiste per l’incarico a Rosy. Ma lei non vuol lasciare la vicepresidenza della Camera. Tremonti cede sulla ma frena sul taglio DI MICHELE GENTILI square6 Era la prima delle preoccupazioni di Tremonti e, puntualmente, si sta verificando. Il ministro aveva usato la definizione tradizionale di assalto alla diligenza per descrivere il passaggio della finanziaria in Parlamento, da sempre sofferto per ogni governo. Era riuscito a svuotarla di contenuto, derubricandola a una revisione triennale del bilancio dello Stato. Poi, però, è arrivata la resa dei conti all’interno della maggioranza. Tremonti ha tentato di alzare il tiro ma, di fatto, è dovuto rientrare nei ranghi. Ieri al Senato ha dovuto fronteggiare il primo round di un confronto destinato ad inasprirsi. L’obiettivo di Tremonti è quello di concordare modifiche, distribuite fra Camera e Senato, che assecondino le aspettative di cambiamento rispetto al rigore imposto finora ma che non modifichino, almeno in maniera apprezzabile, i saldi di finanza pubblica. Anche perché il tentativo di posticipare ogni decisione dopo la chiusura della finestra prevista dallo scudo fiscale è stato solo parzialmente recepito dai suoi interlocutori. Il quadro che si delinea è quello di un compromesso in due tempi. L’intervento sull’Irap, che sarà circoscritto allo scomputo delle perdite delle imprese dalla base imponibile, potrà essere preso in considerazione alla Camera, quando la consistenza delle risorse che deriveranno dal rientro dei capitali potrà essere stimata con minore appossimazione rispetto ad oggi. Al Senato, dove c’è da arginare la pressione esercitata dal presidente della Commissione Finanze, Mario Baldassarri, saranno invece possibili interventi che richiedono una copertura minore. Potrebbe arrivare, nello specifiTESORO. Aveva tentato di evitare l’«assalto alla diligenza». Ma è rientrato nei ranghi. Irritato per il “commissariamento” da parte del presidente del Consiglio, è deciso a non cedere sul rigore nei conti pubblici.
7 VENERDÌ 6 NOVEMBRE 2009 repubblica Salta la tregua con Fini Silvio riparla di elezioni trianglert SEGUE DALLA PRIMA PAGINA ice un ministro berlusconiano a microfoni spenti: «Ormai è evidente che la strategia di Fini, quella di distinguersi su ogni cosa, prescinde dal merito. Il presidente della Camera ha l’obiettivo di logorare Berlusconi. In questo quadro è difficile trovare una soluzione. Anche i rapporti tra i due sono al minimo storico». Segue l’elenco dei «tradimenti» dell’ex capo di An. La giustizia, certo. Ma non solo: le sue continue aperture all’opposizione sulle riforme, lo stop al ddl sulla par condicio, il suo silenzio sull’Irap. Pure il libro, in cui il presidente della Camera non cita Berlusconi. E da ultimo l’incontro di ieri con Casini. Proprio il giorno prima di quello «ufficiale» tra il leader dell’Udc e il Cavaliere. Già, ufficiale perché il premier si era fatto dare pieno mandato a trattare con l’Udc dopo una riunione con i vertici del Pdl. E ieri si è sentito «scavalcato». Tregua saltata, dunque. Almeno finché Fini non cederà sulla giustizia. Tanto che il premier è tornato all’antico, dopo un periodo in cui sempre in nome del patto di casa Letta aveva deciso una prassi «collegiale». Cioè di discutere delle scelte del governo nelle sedi di partito. Infatti all’ufficio di presidenza del Pdl, ieri non si è parlato di riforme e di temi che scottano. Il Cavaliere ha scelto un ordine del giorno minimale: le 109 manifestazioni per la caduta del muro di Berlino, il tesseramento del partito, l’alleanza con l’Udc da valutare regione per regione (e senza entrare nel merito) e quella con Storace. Per concludere una dotta relazione di Tremonti sulla situazione dell’economia. Tra l’altro molto conciliante visto che il ministro rigorista ha annunciato che gli effetti dello scudo saranno destinati allo sviluppo. La verità è che Berlusconi ha deciso che si torna alla monarchia. Le prossime mosse sul governo le ha messe a punto con i suoi. E le ha comunicate a Vittorio Feltri. Che, dopo una settimana di scudisciate, ieri ha recapitato un ultimatum al cofondatore del Pdl: «Caro Fini ora parla chiaro. È giunta l’ora che il presidente delD la Camera esca dall’ambiguità». E ha pure indicato il “piano b” di Berlusconi: «Un predellino 2 per liberare il partito dalla zavorra e arrivare alle elezioni anticipate». È il distillato del Berlusconi pensiero, spiegano a palazzo Chigi. Con buona pace di Fare Futuro che ha paragonato Feltri a Comunardo Niccolai, il celebre stopper passato alla storia per gli autogol. E pure di La Russa che questa è una notizia ha difeso Fini, portandosi copia del Giornale all’ufficio politico del Pdl. Il premier ha deciso che questa volta non si tratta: «Stanno cercando di farmi fuori e non vedo solidarietà attorno. Sulla giustizia non hanno capito che ciò che riguarda me deve riguardare anche loro». E per blindare l’esecutivo in assetto di guerra ha fissato una serie di paletti. Primo, subito Letta vicepremier: «Gianni è l’unico di cui posso fidarmi senza dovermi guardare continuamente le spalle anche perché io dovrò iniziare una campagna incessante per le regionali, le riforme costituzionali e il referendum e devo pure tenere testa ai magistrati. Per i prossimi due anni ho l’agenda piena». Secondo: basta veti sulla giustizia e sulle riforme costituzionali. Ad Alfano ha detto che la grande riforma la vuole tra una settimana: separazione delle carriere, riforma del Csm e pure della Consulta. Dopo la giustizia, il presidenzialismo. Il tutto in base a un principio: chi ci sta ci sta, nessun dialogo col Pd. Se poi questo assetto non dovesse portare risultati il Cavaliere sta prendendo in seria considerazione il ritorno alle urne: il predellino bis, appunto, «per liberarsi della zavorra». I suoi sherpa lo stavano preparando per il dopo regionali ma il «caso Fini» ha prodotto un’accelerazione. Per arrivare alle urne il Cavaliere sta già blindando una maggioranza che lo segua comunque. La conta è iniziata. Un azzurro di rango spiega: «Fini ne controlla cinquanta finché c’è da firmare lettere. Di fronte alle urne non lo seguono in più di quindici. Poi i colonnelli, pure Matteoli, sono con Berlusconi. Fini elettoralmente non arriva al quattro secondo i nostri sondaggi». Cruciale per lo scioglimento è la Lega. E Berlusconi sta facendo di tutto per rinsaldare il patto di ferro con Bossi. Fonti a lui vicine rivelano che «il discorso su una candidatura leghista in Lombardia è iniziato», complici le inchieste che stanno indebolendo il mondo formigoniano e anche la necessità di «aprire la strada a eventuali altri candidati per il comune di Milano, visti i deludenti risultati della Moratti nei sondaggi». Non solo: il premier ha dato mandato ai fedelissimi di trattare l’ingresso di Storace nel Pdl, in caso di elezioni. L’incontro con Fini invece non è ancora nell’agenda del premier. ALESSANDRO DE ANGELIS RESA DEI CONTI. Il premier agita le urne (e il ritorno di Storace) contro l’ex leader di An. Ipotesi Lombardia alla Lega. Finanziaria delle tasse co, un aiuto fiscale per gli affitti. Secondo fonti della maggioranza, una strada percorribile sarebbe quella dell’introduzione graduale della cosiddetta cedolare secca. Considerati gli alti costi iniziali della misura, infatti, si penserebbe ad un’introduzione soft, cominciando dai contratti agevolati, cioè quelli a canone calmierato. In questo caso, la copertura necessaria sarebbe di circa 200 milioni di euro. Altra ipotesi allo studio sarebbe quella dell’introduzione di un’aliquota sugli affitti al 23%, da portare poi gradualmente al 20%. Per altre aree di intervento, il sostegno all’economia meridionale e i fondi per la sicurezza e la ricerca, è stata concordata la necessità di intervenire ma non è ancora stato stabilito il ramo del Parlamento che dovrà discutere le misure. In particolare, per il Sud l’escamotage che potrebbe mettere sul tavolo Tremonti è quello di inserire in Finanziaria la norma del disegno di legge sulla Banca del Sud che prevede un’aliquota agevolata del 5% per gli impieghi nel Mezzogiorno. Chi conosce bene il ministro, lo descrive impegnato a uscire dal confronto con un risultato che preservi la sua linea, ritenuta non negoziabile, di rigore nei conti pubblici. Ma c’è anche chi riferisce di una crescente insofferenza per il sostanziale commissariamento cui è stato di fatto sottoposto dal premier Silvio Berlusconi. Finora, il ministro è rimasto in silenzio e ha affidato al suo scudiero, Giuseppe Vegas, l’onere di spiegare la posizione del governo. Le sue sono state parole di parziale apertura, ma anche di censura rispetto all’ipotesi di un taglio consistente delle tasse. Potrà essere rivista «qualche stortura», come la tassazione delle perdite, ma restano «dubbi» sulla possibilità di «una riduzione cospicua delle tasse» in un momento come quello attuale, ha scandito in aula a Palazzo Madama. Il richiamo, avrebbe detto Tremonti, è non perdere il senso della realtà. DI ALESSANDRO CALVI square6 Siamo alla stretta finale. I segnali parlano chiaro: ancora pochi giorni e si capirà di che tessuto è la rete che i suoi fedelissimi hanno imbastito per evitare al Cavaliere ogni preoccupazione. Ma si deve fare in fretta perché, se la fantasia non manca, è il tempo che ormai scarseggia. Troppe le scadenze alle quali far fronte. Politiche, ma non solo. E se per il momento al Cavaliere va anche bene rifugiarsi nel legittimo impedimento, la soluzione finale non può essere questa. I processi sarebbe meglio bloccarli. O estinguerli del tutto. La fantasia non manca, dunque. Le idee neppure. C’è chi le chiama ghedinate. La produzione ha avuto una accelerazione dopo la bocciatura del lodo Alfano da parte della Corte Costituzionale. Era il 7 ottobre e per il Cavaliere si riapriva la corsa contro il tempo. Sinora quelle ghedinate si sono regolarmente infrante sulla diga innalzata dai finiani. Di queste, almeno tre prescrizione dei reati, tempi certi per i processi e mini lodo Alfano sarebbero papabili. Ma l’ultima parola è ancora tutta da scrivere. Un primo risultato, però, già si è prodotto. I giornali, infatti, e anche quelli meno schierati, scrivono apertamente e come mai si era fatto prima di un lavorìo incessante per mettere a punto un provvedimento per risolvere i problemi giudiziari del premier, quasi che questo fosse il preambolo necessario perché si possano chiudere altre partite. Anche l’idea di legge ad personam, insomma, sembra ormai metabolizzata. In origine si pensò di allargare l’area di applicabilità del legittimo impedimento, una versione riveduta e corretta del bloccaprocessi. L’ultima trovata l’ha raccontata Repubblica: «una prescrizione del processo, anziché del reato, che in futuro sarà scandito in tre termini di fase ciascuna di due anni». Lo scriveva Liana Milella l’altro ieri; ieri ha aggiunto che era pronta una norma transitoria per «salvare Berlusconi e salvare pure la faccia», stabilendo che quelle regole si applichino ai processi in corso giunti fino al dibattimento di primo grado. Tra l’una e l’altra idea, in poco più di 20 giorni si è detto, scritto, pensato e ipotizzato di tutto e di più. Un mini lodo Alfano, ad esempio, che, come rivelò il Riformista, preveda la sottrazione al giudice naturale e trasferimento a Roma dei giudizi relativi a chi riveste cariche istituzionali. Ma per lo più le ghedinate girano tutte attorno alla prescrizione. C’è, ad esempio, quello che il Corriere della Sera chiamava il «piano B degli avvocati Piero Longo e Niccolò Ghedini (Pdl)», ovvero una «prescrizione breve con il taglio di un quarto dei termini, ma solo per gli incensurati accusati di reati non gravi». Tra questi, il reato di corruzione. E, a proposito di prescrizione, si era ipotizzato anche di agganciare il termine dal quale farla decorrere al momento iniziale della condotta di reato o al momento in cui si è perfezionato l’accordo, con una anticipazione che nei fatti sarebbe stata anche una risposta ai giudici del processo Mills. Questi erano riusciti a sottrarre Mills alla prescrizione, proprio agganciando il reato alla disposizione del denaro. E, ancora in tema di prescrizione, si è anche pensato di accorciare i tempi eliminando le interruzioni che inevitabilmente ci sono nel corso dei processi. A risultati simili si può, poi, arrivare senza prevedere modifiche dei tempi della prescrizione. Basta, ad esempio, togliere al giudice la possibilità di decidere sulle liste dei testimoni. Le difese potrebbero “uccidere” il processo presentando lunghi elenchi di persone da sentire. Con un po’ di fantasia, di meccanismi simili se ne potrebbero congegnare un numero infinito. E la fantasia proprio non manca. Ciò che manca, ormai, è il tempo. Il ventaglio di ghedinate per i guai del Cavaliere SOLUZIONI. Prescrizione dei reati, tempi certi per i processi e mini lodo Alfano: si deve scegliere il provvedimento più adatto per i processi. Le ipotesi allo studio dei suoi avvocati.
Campania, quel che manca sono anche i vaccini. Con l’aggravante che, com’è accaduto anche a Napoli per un altro caso di morte da influenza A, la Procura capitolina ora sta indagando sul decesso di Maurizio Scavizzi (che aveva seri problemi di obesità), avvenuto all’ospedale Spallanzani, e su quello di Chantal Carleo (che soffriva anche di fibrosi cistica), la 18enne morta al Bambin Gesù. Il pm Paolo D’Ovidio ha disposto le autopsie e procede contro ignoti per omicidio colposo, sulla base delle denunce presentate dai familiari delle due vittime che parlano di difetti nell’assistenza e accusano i medici che avevano in cura i due ammalati di comportamento negligente. E proprio a proposito della morte di Chantal, il direttore sanitario del Bambin Gesù Massimiliano Raponi ha precisato che «l’ospedale dallo scorso mese di aprile ha messo in atto tutte le misure preventive necessarie per controllare la diffusione della pandemia e per tutelare tutti i pazienti, molti dei quali rientrano tra le categorie indicate come “a rischio” dal Ministero». Contro il virus è meglio la vaccinazione “libera” trianglert GELMINI. «Le scuole, i dirigenti scolastici, gli insegnanti sono stati allertati sull’influenza. Quindi, non creiamo un eccessivo allarmismo». Fazio assicura alle Regioni «Tutti avranno i vaccini necessari entro novembre» STRATEGIE. Per contenere la pandemia, gli americani hanno allargato le maglie del piano antinfluenza: viene immunizzato chiunque ne faccia richiesta, per diminuire il numero dei portatori. Anche perché il tempo a disposizione per prevenire la malattia sta per scadere. IL CONTAGIO. Finalmente il ministero e gli enti regionali condividono una strategia unitaria per fronteggiare l’emergenza. Intanto i morti salgono a 25, quasi tutti con patologie pregresse. La Procura di Roma apre un fascicolo per due decessi. DI SONIA ORANGES square6 Venticinque decessi dall’inizio della pandemia (lo 0,0025% dei malati contro lo 0,2% dei decessi correlati alla normale influenza); un bambino ogni trenta, dai 5 ai 14 anni, è a casa con l’influenza; 124 ricoveri in ospedali italiani che richiedono cure di alta specializzazione e assistenza respiratoria, pari allo 0,023% dei contagiati nella scorsa settimana. Sono i numeri dell’ultimo bollettino diramato dal ministero della Salute, la cronaca dell’influenza A che ieri ha mietuto altre due vittime: una bambina di sette anni brianzola e un 42enne di Campobasso. Entrambi affetti da altre patologie. E proprio su questo punto, anche ieri, il viceministro della Salute Ferruccio Fazio è tornato a insistere: «Le persone con patologie mediche gravi o croniche vanno vaccinate. Chiamino il medico e si vaccinino». E nel minor tempo possibile, perché l’immunizper evitare che diventi cattivo», ovvero che muti diventanto più pericoloso: «Contiamo di vaccinare i giovani entro fine anno, ma non dite che è troppo tardi perché occorre limitare la diffusione del virus per far sì che non muti in una forma peggiore. Se si ricombinasse, ad esempio, con l’influenza aviaria la mortaluità lieviterebbe, e lì sarebbero guai». Al solito, dunque, Fazio ondeggia tra l’allarme e la prudenza. A fronte dell’annuncio che almeno il 5% della popolazione scolastica è stata contagiata dal virus, che il 30% di casi gravi è stato riscontrato in giovani sani, e che sarebbe meglio che almeno il 40% dei medici si vaccinasse, ha assicurato alle commissioni di camera e Senato, che il vaccino con il coadiuvante «è stata corretta» e che il farmaco «è stato dichiarato adeguato anche per le donne in gravidanza», mentre non è stato in grado di rispondere al senatore Ignazio Marino che, citando documenti prodotti dallo stesso viceministro lo scorso luglio, chiedeva se il virus in circolazione è resistente all’antivirale Tamiflu e che scorte ci siano in Italia dell’altro farmaco disponibile. A tutte le forze politiche, però, Fazio ha detto: «Non bisogna fare ginnastica politica sulla pelle della gente. Ci sono state critiche al Governo e mi è dispiaciuto perché ho pensato di aver fatto qualcosa di sbagliato. Ma ora dico: rifarei quello che ho fatto finora». Le critiche sono arrivate dalla conferenza StatoRegioni, riunitasi ieri con il viceministro, raggiungendo un accordo per rendere omogenea e potenziata la diffusione dei vaccini e l’effettiva copertura vaccinale su tutto il territorio con la distribuzione di cinque milioni di dosi entro la fine del mese, mettendo a disposizione 20 milioni di euro per la gestione dei casi gravi in 14 centri d’eccellenza individuati in tutta Italia. «Abbiamo fatto un accordo perché è chiaro che occorre garantire a tutti i cittadini la massima efficacia ed efficienza nella distribuzione dei vaccini ha commentato il presidente della conferenza StatoRegioni Vasco Errani C’è un piano condiviso che assicurerà la copertura a tutte le Regioni». E ieri Fazio ha trovato finalmente il tempo di andare anche a Napoli, in una specie di tour per ospedali, visto che la Campania ha registrato di gran lunga il più alto numero di vittime finora: «La situazione è estremamente rassicurante, la popolazione deve sapere che Napoli e ampiamente attrezzata per gestire questa influenza». Sarà, ma sin qui la popolazione campana è stata finanche scarsamente informata su dove e come avere accesso al vaccino. Forse per questo la Federazione dei medici di medicina generale ha deciso di partire proprio dalla Campania nella distribuzione del vademecum dei medici di famiglia per la gestione dell’influenza. E, in ogni caso, l’epidemiologo dell’Istituto superiore di Sanità Donato Greco si è offerto di andare a dare una mano nel capoluogo campano, visto che la regione resta la più colpita dal virus. Al Lazio, invece, tocca il record per i contagiati al di sotto dei 4 anni. Qui, come in trianglert SEGUE DALLA PRIMA PAGINA i fronte a questo imprevisto e al dilagare del virus, gli americani hanno optato per un approccio pragmatico. L’obiettivo non è vaccinare in ordine medici, donne incinte, malati cronici e bambini, come da noi, perché un’organizzazione così rigida fa perdere tempo. Le parole d’ordine sono: vaccinare anche le persone sane fino ai 24 anni di età, anzi vaccinare il maggior numero possibile di persone prima che i casi si impennino. Un vaccinato in più vuol dire un portatore di influenza in meno, indipendentemente dal suo rischio individuale. E ridurre il serbatoio di persone suscettibili è una strategia di salute pubblica più sensata che andare a rincorrere le persone a rischio ostili al vaccino, soprattutto ora che il picco pandemico è alle porte. Le nostre autorità sanitarie danno indicazioni variabili, le più ottimiD stiche parlano dell’inizio del 2010, ma in Spagna il ministro della Salute ha fatto sapere che l’apice arriverà entro la fine di novembre. Calcolando che la piena protezione viene raggiunta 23 settimane dopo l’inoculo, se avessero ragione gli spagnoli, il tempo utile per vaccinarsi starebbe per scadere. Ecco perché fanno bene gli americani ad allargare le maglie: chiunque può presentarsi davanti a una delle cliniche autorizzate e mettersi in fila. Un gruppo di volontari – per i quali il New York Times ha coniato l’espressione «flu police» – fa avanti e indietro per individuare i casi più urgenti e farli accomodare in testa. Ma chi è determinato a vaccinarsi, anche se non presenta gravi patologie pregresse, può armarsi di pazienza e aspettare. Il risultato è che negli Stati Uniti in questi giorni si sono formate code di centinaia di persone, mentre da noi la sala di attesa del centro di via Plinio a Roma ieri era semideserta. Ma gli Usa fanno anche di meglio: le scuole forniscono ai bambini il modulo del consenso informato da restituire firmato. Quindi gli scolari vengono prelevati a gruppi, classe per classe, e portati nella clinica più vicina senza interrompere le lezioni. Da noi invece ai genitori favorevoli alla vaccinazione viene chiesto di pazientare ancora un paio di settimane e forse più. Un pizzico di elasticità farebbe bene anche qui. Quanto tempo abbiamo perso aspettando che i medici decidessero se immunizzarsi o meno, prima di prendere atto che tanti non volevano farlo? Quanto tempo dobbiamo accordare alle categorie con accesso prioritario, prima di passare alla voce successiva sulla lista dell’ordinanza ministeriale? La cronaca di questi giorni ci dice che né le donne in gravidanza né i minorenni con malattie croniche si stanno presentando in massa nei luoghi indicati. A volte chi avrebbe diritto non sa dove andare e non ha la tenacia dimostrata dalla nostra Anna Momigliano. Più spesso i cittadini scelgono di non cogliere l’opportunità, a causa di una campagna di disinformazione capillare che li ha raggiunti fin dentro gli studi medici. Così ci tocca leggere che «a Napoli in fila per immunizzarsi ci sono solo rom e detenuti» e che «in alcuni ospedali del centrosud, Roma davanti a tutti e scendendo più giù in un’altra città campione, Palermo, l’adesione è stata davvero bassa tanto che le dosi sono state restituite alle rispettive Asl e verranno ridistribuite» (Corriere della sera di ieri). Martedì scorso l’unità di crisi ha sancito che il tempo accordato ai medici per immunizzarsi era scaduto. Adesso bisognerebbe fare un altro passo avanti, dando il via libera alla vaccinazione volontaria dei bambini sani. ANNA MELDOLESI zazione è totale solamente dopo due settimane dall’inoculazione. L’obiettivo è quello di eradicare il virus «dal nostro Paese Italia 8 VENERDÌ 6 NOVEMBRE 2009
trianglert TREVISO. Tredici indagati per costituzione di associazione paramilitare: aderivano al gruppo «Autogoverno del Popolo Veneto». trianglert BATTISTI. Berlusconi «mi vuole in Italia» ma «la ragione dell’estradizione non è vedermi in carcere, ma il fatto che sono diventato un trofeo». Il geometra Binnu e i tondini rossi sopra Casa Riina MAFIA. Nuove rivelazioni di Massimo Ciancimino ai pm palermitani: fu Provenzano a far arrestare il boss corleonese, segnando la sua abitazione su una mappa che proveniva dal capitano De Donno. Il figlio dell’ex sindaco di Palermo parla anche di conversazioni registrate tra suo padre e il generale Mori. LA PROCURA DI BARI «Tarantini e Tato Greco a processo» square6 Bari. La Procura di Bari chiede il rinvio al giudizio per Tato Greco, coordinatore regionale del movimento politico “La Puglia prima di tutto”, e per Giampaolo Tarantini, l’imprenditore barese coinvolto in cinque filoni di indagini che mirano a mettere in luce il malaffare della sanità pugliese e a svelare un intreccio tra politica e sesso. Secondo il sostituto procuratore inquirente Roberto Rossi che ha firmato ieri la richiesta di rinvio a giudizio, Greco sarebbe stato socio occulto di una società gestita dai Tarantini (Giampaolo insieme al fratello Claudio) e avrebbe fatto per loro anche da garante politico. Nell’indagine sono coinvolte 23 persone, tra le quali molti medici, che sarebbero stati corrotti dai fratelli Tarantini: avrebbero in cambio di favori (viaggi, tangenti, buoni benzina, promesse di avanzamento di carriera) acquistato le protesi e le attrezzature ospedaliere presso le aziende dell’imprenditroe barese (Tecnohospital, Global System Hospital e Tarmedica). A Tarantini inoltre vengono contestati episodi di detenzione ai fini di spaccio di sostanze stupefacenti per i coca party che avrebbe organizzato nella sua villa di Giovinazzo, in provincia di Bari. L’inchiesta del pm Rossi si concentra maggiormente sullo scambio di favori tra gli imprenditori Tarantini e i 23 medici e dirigenti sanitari implicati. Questi ultimi infatti dichiaravano che le protesi fornite dalle società dei due fratelli erano «infungibili e uniche», evitando così le normali procedure di appalto. Greco, che all’epoca dei fatti contestati (tra il 2003 e il 2006) era consigliere regionale dell’Udc, avrebbe approfittato, secondo il pubblico ministero Rossi, della propria posizione per convincere anche i medici recalcitranti e i vertici delle aziende sanitarie e ospedaliere regionali ad acquistare direttamente dalle società Tarantini. Il suo coinvolgimento sarebbe emerso da alcune intercettazioni telefoniche. In questa maniera quindi le società coinvolte si sarebbero garantite «cospicui e indebiti guadagni, evidenziati dallo sproporzionato aumento di fatturato, in pochi anni realizzati con atti corruttivi nei confronti di pubblici ufficiali e dirigenti, funzionari e impiegati amministrativi della Asl, dirigenti medici e capi di unità operative per l’alterazione di gare pubbliche». SAMANTHA DELL’EDERA Santa Giulia, l’inchiesta si allarga I veleni coinvolgono il Pirellone MILANO. Si diffonde la voce di un avviso di garanzia a Formigoni: notizia subito smentita. Perquisizioni e sequestri in 80 società sparse per l’Italia. DI ALESSANDRO DA ROLD square6 Che l’inchiesta sul re delle bonifiche ambientali Giuseppe Grossi possa intaccare politicamente la giunta regionale lombarda di Roberto Formigoni lo testimonia un fatto: ieri a Milano circolava voce che al governatore lombardo fosse stato recapitato un avviso di garanzia. L’indiscrezione, a quanto pare partita da ambienti politici della Lega Nord, è stata subito smentita, non trovando alcun riscontro. I rumours, però, rappresentano comunque un segnale di come lo scontro politico in vista delle regionali del 2010 rimanga alto all’interno del centrodestra. Le istanze del Carroccio sul grattacielo Pirelli sono note. Soprattutto in queste giornate convulse in cui Umberto Bossi, Silvio Berlusconi e Gianfranco Fini stanno per chiudere il rebus candidature. Ieri, a fine serata, Formigoni, al termine dell’ufficio di presidenza del Pdl a palazzo Grazioli ha ribadito ancora una volta: «Non c’è mai stato alcun problema sulla mia candidatura». Nel frattempo, però, l’inchiesta sulla bonifica dell’area MontecitySanta Giulia prosegue. Sempre nella giornata di ieri, la Guardia di Finanza di Milano ha effettuato perquisizioni e sequestri di materiale probatorio (libri contabili), in 80 società sparse in tutta Italia, tra Lombardia, Veneto, Piemonte, Emilia Romagna, Sardegna, Umbria, Marche, Campania e Puglia. Circa 300 i militari intervenuti. L’operazione della Guardia di Finanza prende spunto questa volta dal personal computer sequestrato a Fabrizio Pessina, l’avvocato svizzero arrestato a febbraio, che avrebbe secondo le indagini creato un giro di fatture false per circa 300 milioni di euro. Gli indagati sono un centinaio. Insieme a Pessina, sono sotto indagine due commercialisti svizzeri, Mario Merella e Siro Zinoni. Entrambi sono soci dello stesso Pessina. E già nel 2005 i tre ebbero qualche problema con paradisi fiscali e insider trading. Si parlò già all’epoca di holding di Madeira con sede nel Liechtenstein. Secondo i pm milanesi Laura Pedio e Gaetano Ruta, i tre sfruttavano appunto società fasulle che avevano sede all’estero. Queste ultime emettevano fatture false per prestazioni mai esistite. In questo modo le aziende pagavano meno tasse in Italia, versando i soldi su conti esteri svizzeri all’insaputa del fisco. I reati contestati sono associazione per delinquere, appropriazione indebita, riciclaggio e dichiarazione fraudolenta con l’aggravante della transnazionalità. Le aziende perquisite sono soprattutto venete, dove avrebbe agito soprattutto Zinoni, in ottimi rapporti con diversi imprenditori presenti sul territorio. Le piccole e medie imprese interessate sarebbero 45. In Lombardia invece sarebbero 25, sparse tra Brescia e Milano. Le somme contestate agli indagati non potrebbero essere soggette allo scudo fiscale. Intanto, Giuseppe Anastasi e Paolo Pasqualetti, i due ex finanzieri finiti in carcere a febbraio e soci secondo la procura di Grossi, hanno chiesto un nuovo patteggiamento della pena a 2 anni e 6 mesi. Sulla richiesta dovrà pronunciarsi il Tribunale di Milano il prossimo 12 novembre. Oggi invece la giornata sarà decisiva per gli altri arrestati, tra cui, oltre all’amministratore delegato di Sadi, Rossanna Gariboldi, moglie di Giancarlo Abelli, ex assessore in regione Lombardia, nonché uomo vicino sia a Formigoni che a Silvio Berlusconi. I giudici del Tribunale del Riesame dovranno decidere sulla richiesta di scarcerazione. DI MARIANNA BARTOCCELLI square6 Palermo. Nuovo giro, nuova corsa. Ricordando il pentito Salvatore Cancemi che diceva che le cose che pensava e diceva erano come «una vite che girava lentamente» e poi arrivava al punto, così le confessioni di Massimo Ciancimino camminano piano piano e bisognerà vedere quando arriveranno al punto. Se un punto c’è. Ieri mattina il figlio dell’ex sindaco Vito, coinvolto in svariati fatti, dall’edilizia al petrolio preso dall’allora Urss, ha fornito ai pm palermitani altri documenti oltre al papello che conterrebbe le presunte richieste di boss mafiosi a istituzioni dello Stato, leggi Ros dei carabinieri, per mettere fine alle stragi (non dimentichiamo che le ormai famose trattative si sono concluse con l’arresto da parte di Mori e di “Ultimo” di Riina, che avrebbe firmato nel papello le richieste della mafia). Massimo Ciancimino ha aggiunto un nuovo tassello a quanto dice da diversi anni. Lo ha detto ai magistrati del processo d’appello che lo vede imputato per riciclaggio e intestazione fittizia dei beni e lo ha ripetuto ai giornalisti in attesa fuori dal Tribunale del carcere di Pagliarelli. «Fu Provenzano a indicare il covo di Riina» che venne arrestato dagli stessi Ros il 13 gennaio 1993. Lo stesso giorno dell’arrivo alla Procura di Palermo del torinese Giancarlo Caselli. Massimo Ciancimino ha fatto al processo che lo riguarda una dichiarazione spontanea e ha anche dichiarato: «Non voglio corsie preferenziale. Chiedo soltanto che al processo arrivino tutti gli atti che mi riguardano e che venga fatta luce su tutte le attività». Per quanto riguarda l’indicazione del covo di Riina, questa venne messa a punto da Vito Ciancimino dopo che il capitano dei Ros, Giuseppe De Donno, proprio nel 2002, consegnò al figlio Massimo una mappa della città per fare indicare il covo. O, come dice Massimo, più mappe. Una venne consegnata dal figlio di Vito a un uomo di fiducia del geometra Lo Verde che non era altro che Provenzano. La mappa tornò indietro con dei tondini rossi che indicavano la casa di Riina. Il resto è più che noto; come del resto era già nota la consegna delle mappe da parte dei Ros per catturare Riina. A questo scambio di carte Ciancimino junior attribuisce il valore di trattativa che va avanti. Comunque la cosa interessante di ieri non è la notizia ma il fatto che Massimo l’abbia detta in un’aula di giustizia. E la seconda richiesta interessante è quella con la quale sostiene che si faccia luce su tutte le attività, non si capisce bene se sue o quelle del padre. Tra le altre dichiarazioni Ciancimino junior ricorda di avere detto che avrebbe fatto avere alcuni nastri dove erano registrati i colloqui tra il padre e il generale Mori. Nastri che, come tante altre carte, dovrebbero trovarsi in una cassetta di sicurezza nel Lichtenstein. Con le sue dichiarazioni spontanee nel corso di un processo dove Massimo è imputato anche per vicende relative al metano, sembra che il figlio dell’ex sindaco voglia accelerare i percorsi. Un riferimento potrebbe essere il foglietto dimezzato trovato tra le sue carte in Procura nel quale era leggibile uno strano messaggio nel quale si leggeva che Berlusconi avrebbe potuto dare un contributo, e si parlava di un tragico evento di cui era meglio non parlare. E in un processo precedente Massimo aveva parlato di contatti tra chi avrebbe preso il potere e il padre Vito. E così si collegano i processi, ricordando che comunque Massimo Ciancimino non è stato ammesso al secondo grado del processo Dell’Utri, mentre il pentito Spatuzza, su richiesta del Pm Nino Gatto, dovrebbe andare in aula secondo quanto verrà deciso oggi a cui dovrebbe seguire una seconda ammissione, quella di Giuseppe Graviano, uno dei due fratelli di Brancaccio, entrambi in carcere, responsabili delle stragi del 1993. L’ammissione di Spatuzza ha come conseguenza la sospensione del processo Dell’Utri che in questo modo inesorabilmente slitta a gennaio e forse arriva alla conclusione sotto elezioni regionali. Con quello che questa conclusione potrebbe significare in un senso o nell’altro. C’è inoltre da ricordare che la storia del Papello, così come quella dei mandanti occulti delle stragi, sono stralci dell’inchiesta “Sistemi criminali”, curata in particolare dal pm Antonino Ingroia. Questo significa che entrambi vengono aperti proprio a Palermo, e la tesi sostenuta con sempre maggiore forza è che la strage Borsellino sia avvenuta proprio a causa del suo no a ogni papello e a ogni trattativa e non per la sua conoscenza del dossier “mafia e appalti” fatto dai Ros. Italia 9 VENERDÌ 6 NOVEMBRE 2009
Crispino, il calabrese che sfidò Murdoch RITRATTO. Un imprenditore batte la Lega Calcio per l’assegnazione dei diritti satellitari. Da Superpippa Channel a Conto Tv. trianglert SEGUE DALLA PRIMA PAGINA rispino è un imprenditore che è sbarcato relativamente tardi nell’etere. Le origini della sua Conto Tv nascono a fine anni Novanta con un giornalino turistico su carta, intitolato «Non solo mare». Dalla carta c’è stato poi il passaggio a Internet. Nel 2000 infatti ha creato la «Edi on Web», società con sede nel polo tecnologico di Navacchio, nelle vicinanze di Pisa, un moderno complesso architettonico d’avanguardia a 900 metri dall’uscita della superstrada FirenzeLivorno. La prima intuizione di Crispino è stata lanciare il portale softporno ww.superpippa.com, ancor oggi in funzione, dove si possono scaricare filmati, chattare, leggere e ricevere gratuitamente barzellette “sporche” sul cellulare alla modica cifra di un euro l’una, dai titoli come “Paure dal dottore” e “Una vecchina al sexy shop”. Il tono è un po’ da Vernacoliere e il successo è stato tale che dal 2003 Superpippa è sbarcato anche nell’etere. Anche se Crispino sostiene che non si tratta di un canale porno, i contenuti sono abbastanza prevedibili. Protagonista e conduttrice virtuale della maggior parte della programmazione è un personaggio a fumetti Superpippa appunto cartooneroina perennemente in lotta contro gli acerrimi nemici del sesso: “primi fra tutti censura e impotenza”. Nel giro di pochi anni è diventato un piccolo fenomeno di culto. Nel 2004 Giancarlo Dotto scrisse: «Puoi essere un santo, un patafisico, uno che si nutre di rosari e bacche, ma non puoi non sostare vagamente ammirato al cospetto di Superpippa Channel» (L’Espresso, 23 aprile 2004). Oggi l’impero tascabile di Crispino non comprende però più solo il pregiato Super Pippa Channel. Conto Tv offre infatti 4 canali, fruibili sia su Sky che sul digitale terrestre, con contenuti a prima vista generaliC trianglert DISOCCUPAZIONE USA. Da quando è iniziata la recessione a dicembre 2007, l’economia americana ha perso 7,2 milioni di posti di lavoro. Telecom vende Hansenet per 900 milioni TLC. Per Fossati valeva 1,5 mld. Il cda della società guidata da Bernabè ha approvato i conti del terzo trimestre. trianglert La Corte d’Appello di Milano blocca assegnazione diritti satellitari calcio di Sky sti – cinema, documentari, viaggi. Ma se, come si legge sul sito Internet, «Conto Tv è anche un viaggio straordinario nella storia del cinema d’autore. Fritz Lang, Murnau, Hitchcock, Vigo, sono solo alcuni tra i registi che trovano spazio nella programmazione», un posto d’onore è sempre riservato al sesso. E, con un’altra intuizione, Crispino ha previsto un intero canale, chiamato Sin (peccato), interamente dedicato a “trans, fetish e sadomaso”, per la gioia degli appassionati del genere, che trasmette ogni giorno dalle 23 alle 7 di mattina. Ma la vera svolta per Crispino è arrivata con lo sport. Primo ad accorgersi dell’interesse per la snobbata serie B, oggi Conto Tv trasmette il calcio con partite di Prima e Seconda Divisione, Serie B, Tim Cup, Intertoto, Coppa Uefa, Preliminari di Champions e di Europa League. E c’è anche lo spazio per il basket, con le partite della Scavolini Spar in Eurochallenge. Una strategia, quella di sesso e sport, che a ben guardare ricorda la ricetta vincente dei tabloid britannici, e che ha portato la Edi on Web a raggiungere ultimamente un fatturato di 5,9 milioni di euro e a raggiungere perfino un piccolo attivo di bilancio, circa sessantamila euro. Cifre da piccola impresa, dunque, che nonostante la interessante parabola imprenditoriale del manager calabrese, non sembrano in grado di renderlo un competitore serio nel risiko dei diritti del calcio italiano. Risiko che si basa su scale di mercato molto ampie: la regolamentazione vigente, infatti, ex Legge Melandri, prevede la cessione dei diritti per pacchetti, e non individuali. Così, anche ammesso che il reclamo della Lega Calcio venga rifiutato, e che la gara debba essere rifatta, ci si chiede come potrebbe Crispino competere con Sky. Quello che è certo, dice lui, è che «noi ci siamo. E ci sono anche molti finanziatori, molte banche» disponibili. Alla Lega Calcio ha destinato una stoccata. «La Lega non ha perso e se io fossi stato in loro non avrei fatto ricorso» dice. «Perché sarei ben contento di avere due clienti interessati piuttosto che uno solo. Così si alza il prezzo». MICHELE MASNERI square6 Alla fine i consiglieri di amministrazione Telecom hanno dato il via libera alla vendita della controllata tedesca Hansenet a Telefonica per 900 milioni di euro. Si chiude così la polemica sollevata dall’azionista Marco Fossati (attraverso la finanziaria Findim possiede il 5 per cento di Telecom) che prima del cda aveva inviato una lettera al presidente Gabriele Galateri in cui parlava, tra le altre cose, anche di Hansenet: secondo Fossati il valore della società controllata da Telecom sarebbe non inferiore a 1,5 miliardi di euro. Invece, per la compagnia italiana l’operazione sulla cessione Hansenet è coerente «con il percorso di focalizzazione sui mercati core annunciato nel dicembre 2008». Telefonica è la principale azienda Tlc di Spagna, è guidata da Cesar Alierta, ed è il socio di maggioranza di Telco, la holding prima azionista della società italiana di telecomunicazioni, che detiene circa il 24 per cento di Telecom. E proprio sulla questione della cessione Hansenet e sulla polemica aperta da Fossati, Alierta ha detto: «Questa polemica non mi interessa, sono problemi loro», cioè italiani. Hansenet è un operatore broadband proprietario di una infrastruttura telefonica tedesca che opera nell’area di Amburgo e ha circa 80 mila clienti. L’azienda tedesca è stata acquisita da Telecom nell’estate del 2003 (quando l’azienda italiana era controllata dalla Pirelli di Marco Tronchetti Provera) per 250 milioni di euro a seguito di un accordo tra Telecom ed E.Biscom che deteneva all’epoca la proprietà di Hansenet. A questa cifra poi sono stati aggiunti altri 500600 milioni di euro di investimenti come previsto dal piano Tronchetti Provera. E sempre ieri il cda della società italiana di Tlc ha comunicato che Pirelli ha ceduto anche le ultime azioni che le rimanevano in portafoglio: sono state vendute complessivamente circa 124 milioni azioni ordinarie Telecom «con un impatto positivo sul trimestre» fanno sapere con una nota gli amministratori della società controllata da Franco Bernabè. Intanto gli amministratori Telecom hanno approvato i conto del terzo trimestre. L’azienda chiude i primi nove mesi del 2009 con un utile netto di 1,16 miliardi di euro, in riduzione di 578 milioni rispetto allo stesso periodo del 2008. La riduzione, si spiega nella relazione trimestrale del gruppo, è dovuta principalmente alla svalutazione dell’avviamento attribuito ad Hansenet per 540 milioni di euro al fine di ricondurre il valore di carico di Hansenet al valore stimato di vendita. L’ebit del gruppo invece si attesta a 4,4 miliardi die uro, in flessione dello 0,5 per cento, mentre l’ebitda ammonta a 8,6 miliardi, in calo dello 0,4 per cento. I ricavi raggiungono quota 20,194 miliardi di euro in contrazione del 4,4 per cento rispetto ai primi nove mesi dell’esercizio precedente. L’indebidamento netto sale a 35,5 miliardi di euro, il target per il 2009 è fissato a 34 miliardi. G.P. LO SQUALO CI RIPENSA, NO AI CONTENUTI INTERNET A PAGAMENTO SUI SITI DEI SUOI GIORNALI Rupert Murdoch cambia strategia. Qualche mese fa il tycoon australiano dei media aveva annunciato di voler rivoluzionare il mondo dell’informazione rendendo, a partire dal 2010, tutte le news dei suoi siti Internet (dal Sun al Times di Londra, al New York Post all’Australian, più quelli delle emittenti come Fox News) a pagamento. Ma ieri c’è stata una clamorosa retromarcia. Per ora solo il Wall Street Journal online resterà a pagamento, mentre per tutti gli altri portali si vedrà. Un clamoroso dietrofront che secondo alcuni addetti ai lavori seguirebbe un ravvedimento di Murdoch nei confronti di una strategia che rischia di essere fallimentare, poiché sul web in pochissimi sono disposti a pagare per i contenuti. In particolare era stato il biografo ufficiale di Murdoch, Michael Wolff, a dire che questa rivoluzione sarebbe stata un passo falso. «Stiamo tutti lavorando molto, molto intensamente, ma non potrei promettere di mantenere la scadenza del 2010» ha detto così ieri lo stesso Murdoch durante la conference call in cui ha presentato i risultati trimestrali della sua holding, la News Corp. Dati che a livello internazionale sono andati meglio del previsto, con un utile netto di 571 milioni di dollari, contro i 515 milioni di un anno fa. Un balzo dell’11 per cento che secondo la stessa società si deve soprattutto al successo delle produzioni cinematografiche di bestseller come la saga dell’Era Glaciale e della vendita di dvd di XMen. Meno rosee le prospettive per la divisione quotidiani e carta stampata, che ha registrato un tonfo dell’81% negli utili operativi a causa della crisi del settore e in particolare della pubblicità. Per quanto riguarda l’Italia, Sky Italia ha registrato un utile operativo pari a 128 milioni di dollari, ovvero un calo di 37 milioni di dollari rispetto allo stesso periodo di un anno fa. E anche sul fronte abbonati, il risultato non è entusiasmante, con una clientela che è rimasta invariata ai livelli dell’anno scorso con 4,8 milioni di sottoscrittori. Economia 10 VENERDÌ 6 NOVEMBRE 2009
trianglert ALITALIA. Nel terzo trimestre la compagnia aerea ha conseguito un risultato operativo di 15 milioni di euro, con un miglioramento oltre le stime. Chi è Renzo Respini il consulente di Merz PROFILO. Classe 1944, avvocato e notaio, partner di un grande studio legale di Lugano, siede nel cda di Alp Transit, società che gestisce i lavori del Gottardo, e nel cda di Bsi Bank, controllata svizzera di Generali. La corsa all’oro stavolta porta a Est RIFUGIO. Il metallo segna un nuovo record, quasi 1100 dollari l’oncia, dopo un massiccio acquisto da parte della Banca centrale indiana. PAPER IBL Rebecchini: privatizzare le reti locali Salvatore Rebecchini, commissario antitrust, ha pubblicato ieri un “Occasional Paper” per l’Istituto Bruno Leoni, il thinktank iperliberista di Torino. Se l’allineamento fra la sparuta comunità degli intellettuali liberisti, e l’Autorità garante della concorrenza e del mercato, non è di per sé una notizia (il padre dell’Antitrust italiano, Franco Romani, era stato per allievo di Bruno Leoni), è interessante che si tratti del primo pronunciamento pubblico di rilievo di Rebecchini, all’Authority da marzo. Il testo esce dopo che Rebecchini, lunedì scorso, era intervenuto ad un convegno organizzato a Torino dall’IBL. Al centro della discussione, la proposta degli economisti d’azienda Angelo Miglietta e Federico Testa di privatizzare le reti dei servizi pubblici locali, per aprirne il mercato. Un orizzonte nel quale le Fondazioni di origine bancarie potrebbero trovare un loro ruolo in modo non diverso da come pensato da Antonio Catricalà, il Presidente dell’Antitrust, che però è aperto anche all’ipotesi di un ingresso delle Fondazioni nell’equity delle municipalizzate. Per Rebecchini, il settore dei servizi pubblici locali vedrebbe la concorrenza «produrre notevoli benefici, in termini di crescita e di riduzione dei costi per famiglie e imprese» ma viene «condizionato dai sistemi di potere locali che ruotano attorno alle società locali». Qui nel sistema delle municipalizzate viene visto essenzialmente un apparato di potere, che l’ufficio di collocamento della politica locale sfrutta a propria discrezione e a scapito dell’efficienza dei mercati. Simili opinioni sono state espresse spesso dallo stesso Catricalà, che come prime di lui Amato e Tesauro risulta poco amato dalle municipalizzate italiane. Rebecchini scrive che liberalizzare «significa essenzialmente rendere contendibili le strutture del mercato, ossia le posizioni (quote di mercato) dei singoli operatori». Nonostante sia scritto chiaro nel Paper di Rebecchini che «le opinioni espresse in questo paper sono personali e non possono in alcun modo essere attribuite all’AGCM», l’Antitrust ieri ha lanciato un altro sasso nello stagno, nel dibattito sulla liberalizzazione dei servizi pubblici locali. Un fronte aperto col governo, dal momento che l’Autorità stessa aveva espresso parere sfavorevole sull’emendamento Malan, che prolunga ai Comuni di altre tre anni la scadenza per scendere sotto il 30% della proprietà delle municipalizzate. DI ANTONIO VANUZZO square6 La corsa all’oro sui mercati finanziari porta all’estremo oriente. Il metallo prezioso, considerato il bene rifugio per eccellenza, continua la sua corsa al rialzo, segnando un nuovo record, che sfiora quota 1100 dollari l’oncia, dopo il massiccio acquisto di fine ottobre, da parte della Banca Centrale indiana, di 200 tonnellate di riserve del Fondo Monetario Internazionale per 6,7 miliardi di dollari, ad un prezzo medio di 1045 dollari l’oncia. Un’operazione che si spiega con l’enorme liquidità emessa dalla Federal Reserve per salvare l’economia statunitense, che ad poco più di un anno dal fallimento di Lehman Brothers ha portato ad un deprezzamento del biglietto verde. Generando una fuga dalla valuta statunitense da parte di tutti i paesi emergenti, Cina e India in testa, che ora pensano di sostituire le enormi riserve in dollari con cui hanno finanziato fino a ieri l’indebitamento delle famiglie americane con il metallo giallo, molto più resistente alle turbolenze dei mercati. Secondo alcuni economisti, storicamente dollaro e oro sono strettamente correlati: quando il primo è debole, in questo caso per via della politica monetaria espansionistica della Federal Reserve, aumenta il valore del secondo, e ciò si è verificato, a fasi alterne, anche nell’ultimo anno. Il valore dell’oro, stando ai dati del World Gold Council, è salito del 24,7 per cento nel 2009, trainando gli altri metalli preziosi verso aumenti record, come l’argento, +55,7 per cento, e il platino, a +48,5 per cento sul 2008. Tuttavia, sarebbe riduttivo ascriverne la crescita al solo shopping dei paesi emergenti , senza tenere conto dell’enorme liquidità presente sul mercato. Il quale, come ha recentemente affermato alla Reuters Warren Buffett, l’oracolo di Omaha, «è inondato di dollari. Secondo Riccardo Paoncelli, presidente di Euroforex, società attiva sul Forex, il mercato dei cambi valutari, «L’oro non è salito perché qualche Banca centrale di qualche Paese del Bric ha deciso di comprare, ma per una speculazione su derivati che vanno a rinforzare le riserve valutarie deprezzate dal dollaro». «Dal canto loro, ricorda Paoncelli, il ministro degli Esteri e il capo della Banca centrale della Repubblica popolare hanno chiaramente affermato di non voler cambiare il loro portafoglio asset». «Certamente sul breve termine il valore dell’oro è motivato dall’acquisto da parte della Banca centrale indiana», osserva una fonte interna ad Intesa Sanpaolo, che preferisce l’anonimato, «ma nel lungo termine il rialzo si associa ad un’incertezza sull’andamento delle politiche monetarie delle Banche centrali per eliminare l’inflazione. Dal momento che non si sa quando ci sarà un’effettiva exit strategy, e che se aumenterà l’inflazione le misure di riparazione saranno lente, il mercato si ripara utilizzando le commodities come hedge, cioè come assicurazione contro i rischi inflazionistici». Alimentando così una nuova bolla. Si tratta del fenomeno del carry trade denunciato recentemente dall’ex economista bocconiano Nouriel Roubini, famoso per aver previsto il settembre nero di Wall Street dello scorso 2008. In pratica, l’enorme massa monetaria riversata dalle banche centrali consente agli investitori di prendere a prestito sul mercato asset, non solamente valuta, ad un prezzo stracciato, per poi investire in strumenti finanziari denominati in altre valute con rendimento superiore al costo di finanziamento. Un gioco che sembra funzionare alla grande, come spiega Paoncelli: «è con questo sistema che nel giro di tre mesi Goldman Sachs è passata da un rosso clamoroso a profitti record». «L’oro, continua Paoncelli, che è un asset atemporale a sola capitalizzazione, senza un rendimento. Per questo, nel breve periodo è il bene più conveniente per una speculazione diretta». Sostenitrice dell’effetto Bric, invece, è Claudia Segre di Abaxbank, secondo cui le dichiarazioni del ministro delle Finanze indiano, dopo l’acquisto delle 200 tonnellate di metallo giallo del Fondo monetario internazionale, lasciano davvero pochi dubbi: la motivazione di un’operazione così consistente sta nel possibile collasso dell’economia americana ed europea. Per la Segre, il deal ha fatto contenti tutti: «Da un lato il Fondo monetario internazionale ha capitalizzato, dall’altro i Paesi emergenti sono contenti di diversificare il proprio portafoglio». «Sul carry trade denunciato da Roubini, invece, non sono d’accordo, continua la manager, perché il fenomeno è visibile solo sul dollaro debole o sulle divise con un rendimento elevato, come il real brasiliano». Se, come si legge in un report diffuso ieri da Commerzbank, la mossa dell’India potrebbe convincere anche il Dragone cinese a diversificare le proprie riserve, certo è che dietro alle trimestrali in positivo delle principali istituzioni bancarie europee e, con qualche ombra, statunitensi, incombe il massiccio utilizzo della leva finanziaria per speculare, con il consenso dei Governi –i finanziatori della ripresa – su alcune commodities, come l’oro e i metalli preziosi. E l’economia reale? Il solito problema. DI CARLOTTA SCOZZARI square6 Nel giro di soli tre giorni la Confederazione svizzera ha preso due decisioni speculari. Innanzi tutto, il 30 ottobre, ha annunciato la nomina, da parte del presidente HansRudolf Merz, di un consulente incaricato di «raggruppare le questioni politiche, fiscali e specifiche della piazza finanziaria nonché di garantire la comunicazione tra Confederazione, autorità ticinesi e piazza finanziaria del Ticino». La decisione, spiegava una nota di Berna, doveva essere messa in relazione con i «recenti attacchi della parte italiana alla piazza finanziaria ticinese» e in particolare con la «nuova amnistia fiscale», ossia lo scudo che consente il rimpatrio dei capitali degli italiani dall’estero e quindi anche dai forzieri svizzeri varato dal Governo Berlusconi su richiesta del ministro dell’Economia, Giulio Tremonti. La scelta è ricaduta su Renzo Respini, classe 1944, avvocato e notaio e dal 1995 partner dell’omonimo studio legale di Lugano, “Respini Rossi & Beretta Piccoli”. Respini, alle doti di giurista e uomo di legge, coniuga quelle di ex uomo politico di spicco del panorama svizzero (dal 1983 al 1999 ha ricoperto le cariche di consigliere di Stato e consigliere agli Stati ticinese) e di profondo conoscitore degli ambienti economicofinanziari dell’area del Ticino. Oltre a ricoprire il ruolo di consigliere in un discreto numero di piccole e medie imprese elvetiche, dal 1998 è membro del cda di AlpTransit San Gottardo, società committente per la costruzione del grande tunnel del San Gottardo, infrastruttura che rappresenta un nodo nevralgico per i collegamenti europei e che una volta completata dovrebbe portare benefici tangibili anche all’Italia. Respini, grazie anche alla circostanza di sedere anche nel cda di Bsi Bank (era consigliere di Banca del Gottardo, acquisita nel 2007 da Bsi), la controllata elvetica del gruppo assicurativo triestino delle Generali, potrebbe essere la persona giusta in grado di mediare e fare da sponda tra i due paesi. Se infatti tecnicamente non è più possibile disinnescare la miccia dello scudo fiscale, partito ormai lo scorso 15 settembre, una sorta di compromesso potrebbe essere raggiunto sui controlli a tappeto, ordinati dal ministero di via XX settembre, che hanno preso di mira le banche svizzere in Italia e oltre confine e che sono culminati con il blitz di fine ottobre. Insomma, Tremonti nei giorni scorsi, in nome della lotta all’evasione fiscale, ha dichiarato guerra a uno degli stati cuscinetto per eccellenza. Poi la Svizzera ha annunciato l’interruzione delle trattative sull’accordo relativo alla doppia imposizione fiscale secondo gli standard stabiliti dall’Ocse. Accordo che, se firmato, porterebbe vantaggi anche all’Italia dal momento che condurrebbe a un ridimensionamento del segreto bancario elvetico. Ma l’annuncio dello stop alle trattative suona più come una provocazione che come una vera e propria risposta a una dichiarazione di guerra. Un modo per provocare una reazione e in tempi brevi. Del resto, lo stesso Merz ha dichiarato: «Attendo la reazione di Tremonti». Non solo, ma con una nota datata 4 novembre la Confederazione ha annunciato che «Merz ha informato il Consiglio federale che, come prossimo passo, istituirà un gruppo di lavoro interdipartimentale incaricato di elaborare una strategia per mitigare le relazioni di politica fiscale con l’Italia e di esaminare altre misure. Lo scopo del mandato è di impedire l’acuirsi della crisi in ambito fiscale tra Italia e Svizzera». Insomma, è interesse di tutti trovare un accordo e al più presto. Respini, recentemente intervistato dalla stampa elvetica, da una parte ha giustificato la sospensione dei negoziati sulla doppia imposizione (non avrebbe certo potuto sconfessare l’operato del presidente Merz), dall’altra ha ribadito l’esigenza di mantenere e migliorare le relazioni con lo stato confinante. «Dovrei riuscire a favorire la ripresa delle trattative», ha detto Respini senza troppi giri di parole. Cosa che di sicuro farà, sennò Merz non lo avrebbe scelto. Economia 11 VENERDÌ 6 NOVEMBRE 2009
INIZIAMO A CAMBIARE, IL FUTURO CI SEGUIRÀ. Quella che vedete è la vostra posizione nel mondo dell’energia che stiamo costruendo. Sarà una posizione centrale: ogni volta che premerete un interruttore o inserirete una spina, attiverete un sistema di cui voi siete parte attiva. Con le reti intelligenti costruiremo l’internet dell’energia: tutto sarà collegato. Le grandi centrali che, grazie al carbone pulito, al nucleare e all’idrogeno, produrranno energia sempre più pulita e disponibile. Le rinnovabili che grazie alle nuove tecnologie saranno più competitive. E voi che potrete scambiare l’energia che vi serve e quella che produrrete, utilizzandola anche in nuovi contesti, come l’auto elettrica. Così tutti potremo usare meglio l’energia senza modificare le nostre abitudini. Un segno tangibile di cambiamento per il futuro dell’ambiente e dell’uomo. COPENHAGEN 718 DICEMBRE 2009 www.enel.com 12 VENERDÌ 6 NOVEMBRE 2009
Krenz chiede soldi ma Kohl cala l’asso: «Basta col regime» DO UT DES. Il 6 novembre la Ddr invia un emissario a Bonn per elemosinare 13 miliardi di nuovi prestiti. Il cancelliere vincola ogni marco a nuove, pesanti condizioni. Che ufficializza due giorni dopo al Bundestag. SVOLTA. PER LA PRIMA VOLTA BONN PONE CONDIZIONI PER CONCEDERE CREDITI trianglert SEGUE DALLA PRIMA PAGINA er non rischiare l’insolvenza, la Ddr ha bisogno di 13 miliardi, di cui 3,8 subito. In cambio, offre un graduale abbattimento del Muro. Contemporaneamente, fa pubblicare sul giornale di regime, il Neues Deutschland, la bozza di una nuova legge sui permessi di viaggio. La richiesta gli è stata formulata proprio dal capo del Cremlino. Come ricorda lo storico Andreas Rödder, Gorbaciov ha fatto intendere al suo omologo tedesco che deve assolutamente trovare il modo di «consentire alle persone di andare a trovare i propri parenti». Krenz si mette le mani nei capelli. «Comunque la scriviamo, sbagliamo»: il capo del consiglio di Stato ne è consapevole. Teme giustamente che qualsiasi breccia nel Muro possa farlo crollare e svuotare il Paese, come sta avvenendo da mesi via Ungheria e Cecoslovacchia. Ma in quelle convulse giornate il capo del regime tenta ogni mossa per ingranare la retromarcia, per salvare la Ddr dalla bancarotta e arginare le proteste di piazza che la infiammano quotidianamente da nord a sud. Soprattutto, per frenare l’esodo di massa verso la frontiera cecoslovacca. Il 6 novembre è un lunedì: soltanto nel fine settimana 23.200 tedeschi dell’est sono già scappati in direzione Praga. Fallito il tentativo di ottenere credito dall’Unione sovietica, l’emissario di Krenz, Alexander SchalckGolodkowski, parte quel giorno per Bonn, per l’incontro segreto con il capo della cancelleria, Rudolf Seiters e con il ministro dell’Interno Wolfgang Schäuble. Il mediatore economico del regime ha già accennato il 24 ottobre al governo federale della drammatica situazione finanziaria in cui versa il Paese. Ma quel giorno si presenta a Bonn con una richiesta di 13 miliardi di marchi ovest e una collaborazione economica più ampia. In cambio, la Sed è disponibile ad una graduale apertura del Muro. Ma intanto, con riferimento alla bozza di legge sui permessi di viaggio, supplica il governo Kohl di concedere immediatamente 3,8 miliardi di marchi a Berlino per coprire i costi derivanti dal prevedibile “turismo” dei tedeschi orientali verso Occidente. Anni dopo, SchalckGolodkowski ricorderà che «la Repubblica federale era perfettamente consaP pevole che si era presa la responsabilità di garantire la Ddr sul piano economico, insomma dei suoi crediti, nei confronti dell’Occidente. E quelli che stavano al tavolo della trattativa, i rappresentanti di Bonn, sapevano esattamente che quello significava la fine della Ddr. Nessuno sapeva con l’esattezza quando sarebbe arrivata, ma quando in primavera e in estate era montata la protesta nel paese, soprattutto quando erano cominciate le manifestazioni dei lunedì a Lipsia, per il governo federale era già tutto chiaro. E a quel punto le trattative economiche erano diventate anche secondarie. Tutto ciò era evidente, quel 6 novembre, nel mio incontro con Seiters e Schäuble». Le richieste di un credito da 13 miliardi di euro sono enormi ma non inaudite, per Bonn. Da sempre la Ddr si fa pagare profumatamente la libertà dei suoi prigionieri politici e anche dei suoi cittadini che vogliono espatriare. Secondo calcoli di Maximilian Horster, dell’università di Cambridge, dalla costruzione del Muro nel 1961 al 9 novembre dell’89 la Germania Ovest ha comprato 33.755 prigionieri della Ddr sborsando 3.436.900.755 marchi e 12 pfennig. E non è neanche la prima volta che la Ddr corre dai cugini dell’Ovest per evitare la bancarotta: è già successo nel 1983 e l’anno successivo. Ma questa volta è diverso. Questa volta la Ddr ha messo all’asta al Muro, si è presentato insomma con delle buone carte. Ma i rappresentanti del governo federale, stavolta, tentennano. E dal giorno dopo Helmut Kohl cambia radicalmente strategia. Il cancelliere tedesco cala l’asso. In cambio degli aiuti finanziari, per la prima volta la Germania federale pone condizioni. Il cancelliere chiede alla Ddr di riunciare al monopolio di potere della Sed, di legittimare l’opposizione e di prevedere elezioni libere in un orizzonte di tempo non troppo lontano. Il mediatore Schalk torna a Berlino a mani vuote. Ma quando Bonn esplicita le sue intenzioni, le richieste infilano Krenz su un viatico strettissimo. Deve accontentare Bonn senza smentire il suo concetto di “Wende”, di svolta, che nella testa del numero uno della Sed deve essere un programma di riforme talmente cauto da non intaccare la supremazia del partito unico. Due giorni dopo, l’8 novembre, Kohl illustra al Bundestag, in Parlamento, un “Rapporto della Repubblica federale sulla situazione della nazione nella Germania divisa”. Durante il discorso di un’ora il cancelliere parla della necessità di una ridefinizione dei permessi di viaggio, di riforme nella Ddr e della disponibilità della Repubblica federale di offrire aiuti finanziari. In uno dei passaggi essenziali il cancelliere osserva che «non vogliamo stabilizzare una situazione irrecuperabile. Ma siamo disponibili a concedere ampi aiuti se la Ddr decide in modo inequivocabile una riforma sostanziale della sua struttura politica». Ribadendo dinanzi ai parlamentari tedeschi la richiesta già formulata ai diretti interessati, ai dirigenti politici della Germania Est, di rinunciare al potere assoluto, di concedere elezioni libere e di legittimare l’opposizione, Kohl concederà nuovi crediti. Vincolati, però, ad un’ulteriore, enorme condizione: «è anche chiaro conclude che senza una riforma del sistema economico, senza l’abbattimento della burocratica economia pianificata e la sostituzione con un’economia di mercato ogni aiuto economico sarà inutile. È nostro compito nazionale pretendere un cambiamento politico ed economico profondo della Ddr». Il discorso di Kohl è una bomba. E lo ha reso possibile in misura importante la cosiddetta “rivoluzione pacifica” che continua a sfilare quotidianamente per le vie di Lipsia, Dresda o Berlino, oltre all’emorragia continua di fuggitivi. È arrivata l’ora di azzardare richieste molto forti nei confronti del regime, chiaramente in fase di totale avvitamento su se stesso. Ma col senno di poi, con quello che accadrà a Berlino neanche ventiquattro ore dopo, le parole al Bundestag dell’8 ottobre hanno il sapore della spallata. TONIA MASTROBUONI trianglert La bozza della nuova legge sui permessi di viaggio e una foto del 1989 di Helmut Kohl * LA STASI INFORMA «L’umore del Paese è caratterizzato da estrema irritabilità. Nelle ore mattutine sono state registrate lunghe file davanti agli uffici postali». È un rapporto allarmato quello della Stasi redatto il 6 novembre. Registra nero su bianco l’evidente panico che si sta diffondendo nel partito: «molti segretari e membri delle amministrazioni provinciali si sono dimessi perché non si sentono più all’altezza della situazione». Molti esponenti del partito lamentano il fatto che dopo l’annuncio di Krenz della “svolta” «non si riesca ancora a capire come riorganizzare il partito». In virtù del suo ramificatissimo sistema di informatori, la Stasi registra un consenso crescente per il movimento di opposizione “Neues Forum”, anche «tra membri dei partiti amici, ex militanti della Sed e tra non pochi compagni». Viaggio in Boemia ai tempi del comunismo DI PIERLUIGI MENNITTI square6 Per un occidentale in viaggio nella Cecoslovacchia ai tempi del Muro, il socialismo reale era un treno vecchio e scalcagnato, dipinto di verde con la vernice mangiata dalla ruggine, i sedili di plastica rattoppati e un puzzo di umido e di vecchio che non suscitava malinconia. Lento come un’antica carovana berbera, s’inerpicava a quaranta all’ora per le verdi colline boeme, ruminando strada ferrata sfregando rumorosamente sulle rotaie e portando con sé un carico umano tanto vario quanto ammutolito. Dignitosi vecchietti dai vestiti poveri e lisi, anziane mogli infagottate in vesti dimesse, giovani fasciati in jeans dal colore troppo sbiadito, vietnamiti dall’aria triste intenti a stappare bottiglie di birra calda facendo scorrere a tutta velocità la parte superiore del finestrino. Il benvenuto arrivava alla frontiera. Due ore di attesa per controllare documenti e visti. Doganieri e poliziotti salivano sui vagoni e mettevano in scena la recita della guerra fredda. Uno, due, tre controlli per ogni passeggero. Uno sguardo alla foto del passaporto, uno al viaggiatore e poi ancora, quattro o cinque volte, su e giù tra foto e volto, come se nelle rughe delle persone fosse possibile prima o poi trovare l’inganno. I documenti venivano quindi raccolti tutti assieme e portati giù in una stanza della stazione di frontiera, appena illuminata da un flebile fanale. Un’altra ora per mettere i timbri, poi di nuovo il controllo visuale, una, due, tre volte. Sapevi di avere i visti a posto e ti chiedevi perché? E cosa avrebbero potuto avere da nascondere quei tuoi variopinti compagni di viaggio, i vecchietti dignitosi, le donne infagottate, i giovani con i jeans dell’est e i vietnamiti ormai brilli per la birra calda? Almeno era risparmiato lo smontaggio di tutte le componenti del treno, come capitava nella Ddr, le volte di plastica dei corridoi, le prese d’aria e i sedili degli scompartimenti, gli scarichi delle toilette: lì la sosta alla frontiera durava anche tre ore. Non era il comunismo in versione orientale a generare questo senso di angoscia collettiva, perché in quei mesi a ridosso delle rivoluzioni che rovesciarono i regimi non c’era quasi più traccia di ideologia, se non nella retorica di partiti che non influenzavano più nessuno. Tutto era rituale, abitudine, repressione per conservare il potere degli apparati e delle élite, un potere che appariva quasi senza colore, tanto era diventato ottuso. La società aveva vissuto una sorta di estraneazione strisciante nei confronti delle istituzioni. La crisi economica aveva raggiunto gli scaffali dei negozi e dei grandi magazzini di stato, fuori dagli alimentari le file si ingrossavano di settimana in settimana e non capivi cosa ci stessero a fare i potenziali clienti, giacché bastava dare uno sguardo dentro i negozi per trovarli sforniti anche delle merci essenziali. In una stretta via centrale di Brno, con la polvere che s’impastava alla pioggia creando una fanghiglia scivolosa che si appiccicava alle suole delle scarpe, donne e uomini con la borsa della spesa si schiacciavano di fronte alle vetrine di un panificio, desolate e vuote. Questi erano i problemi quotidiani. Lontano dalle magie melancoliche di Praga, la provincia cecoslovacca era triste e grigia. Tra il verde delle foreste, spuntavano all’improvviso i combinat industriali, enormi fabbriche già in parte dismesse, ciminiere che sputavano veleni senza depuratori e agglomerati di abitazioni per le famiglie degli operai costituiti da casermoni prefabbricati anneriti dallo smog e dalla mancanza di manutenzione. Da quando i carri armati avevano spezzato la Primavera di Praga, il sogno dubcekiano di un cambiamento nel nome del socialismo, la componente riformista era stata esautorata: purghe, processi, abbandoni. La Cecoslovacchia era diventato il terreno più fertile per la stagnazione della dottrina Breznev e la società civile era lentamente scivolata prima nell’apatia, poi in una sorta di vita parallela. Era la condizione del «vivere nella menzogna», descritta abilmente da Vaclav Havel, aderire esteriormente alle regole imposte senza interiorizzarle. Dal 1977 questa resistenza morale si era trasformata in attivismo civico, clandestino, dentro l’associazione di Charta ’77. Al gruppo mancava una chiara visione politica, ma l’azione civile aveva eroso le fondamenta del regime. La separazione fra paese legale e paese reale si percepiva con chiarezza in quell’autunno del 1989. Nelle vie silenziose di Praga, assieme alla magia dei luoghi letterari e la trascuratezza dei luoghi pubblici, osservavi una società adagiata sui propri ritmi e sulle proprie preoccupazioni. Nelle pivovice, le taverne sempre aperte dove a qualsiasi ora del giorno gli avventori si riunivano per mangiare e bere la migliore birra del mondo a poche corone, il potere era una cosa lontana e, dopo il terzo bicchiere, non faceva più neppure paura. Da lì a poche settimane il regime crollò come un castello di carta, privo anche della legittimità di ricorrere alla forza. REPORTAGE. Sui treni scalcagnati attraverso la provincia cecoslovacca, apatica e lontana dalle magie melanconiche di Praga, si capiva il socialismo reale. E si imparava a conoscere un paese dalla coscienza spezzata, dopo una Primavera abortita del 1968 13 VENERDÌ 6 NOVEMBRE 2009 accadde nell’89
trianglert KARADZIC. Il tribunale dell’Aja ha deciso di affidare d’ufficio un avvocato all’exleader dei serbobosniaci aggiornando il processo al 1 marzo. Pressing di Silvio per Max Ma da Est arriva uno stop il comunista D’Alema no RISIKO. Da Merkel a Sarkozy, Berlusconi si attacca al telefono per ottenere la poltrona di Mr. Pesc. Varsavia però riesuma la “conventio ad excludendum”. «Ci disturba anche la sua attuale visione del mondo» spiega una fonte polacca al Riformista. Le memorie dell’imputato Chirac Amato nonno della République CHAQUE PAS, UN BUT. È arrivato ieri nelle librerie di Francia il primo volume dell’autobiografia dell’ex inquilino dell’Eliseo. Rischia fino a dieci anni di galera, eppure non è mai stato tanto amato in patria. E serenamente, ha iniziato a levarsi i sassolini dalle scarpe. trianglert JACQUES CHIRAC. Dà alla stampa le sue “prime memorie” fino al 1995 DI ALVISE ARMELLINI square6 Bruxelles. La conventio ad excludendum rinasce a Bruxelles, complicando la corsa di Massimo D’Alema alla nomina ad Alto rappresentante per la politica estera dell’Ue. A dirlo apertamente è l’ambasciatore polacco presso l’Ue Jan Tombinski, senza nascondersi dietro le tradizionali “fonti diplomatiche” da cui solitamente vengono fatte filtrare le informazioni ai giornalisti di Bruxelles. Secondo Tombinski, che ieri ha convocato un gruppo di cronisti per parlare a ruota di libera del “tononomine” comunitario, la scelta di D’Alema «sarebbe un problema» perché «come Alto rappresentante sarebbe meglio una persona la cui autorità non possa essere minata dal suo passato o dalle sue affiliazioni politiche». Tanto più, ha ironizzato il diplomatico, che in Europa «abbiamo già una persona con trascorsi di questo tipo», ovvero il presidente della Commissione europea José Manuel Barroso. Il quale, prima di diventare un leader conservatore che ha appoggiato la guerra in Iraq di George W. Bush, era un militante studentesco nel movimento maoista portoghese. La diplomazia polacca ha tentato di smussare le dichiarazioni dell’ambasciatore, assicurando che Varsavia «non si oppone ad alcuna candidatura», inclusa quella di D’Alema. Ma il messaggio che arriva dal capofila dei Paesi della Nuova Europa è chiaro, come conferma una fonte del partito del premier Donald Tusk interpellata dal Riformista. «Non é soltanto il suo passato comunista che ci disturba spiega l’esponente di “Piattaforma Civica” ma come questo influisce sulla sua visione del mondo attuale: ricordiamo tutti, per esempio, le posizioni assunte da ministro degli Esteri del governo Prodi su Israele, l’Afghanistan, la Russia e sui rapporti con gli Stati Uniti». La fonte polacca riferisce che per l’incarico Varsavia preferirebbe Carl Bildt, ministro degli Esteri svedese e rappresentante della presidenza di turno dell’Ue. Ma visto che nella spartizione dettata dal “manuale Cencelli” europeo la poltrona dell’Alto rappresentante spetterebbe ai socialisti, Bildt appare fuori dai giochi. E allora il candidato ideale resta David Miliband, giovane capo del Foreign Office apprezzato in tutte le capitali che contano. «Se lui lo vuole, il posto è suo», assicura un diplomatico addetto ai lavori, lasciando intendere che il governo di Londra non ha ancora fatto la sua scelta. Per riaprire i giochi a favore di D’Alema si è attivato personalmente il presidente del Consiglio Silvio Berlusconi, con un giro di telefonate che ha compreso i due “pesi massimi” dei Ventisette: il presidente francese Nicolas Sarkozy e il cancelliere tedesco Angela Merkel. Mentre l’ex leader Ds si sta muovendo sul fronte del Pse, che include il premier spagnolo José Luis Rodriguez Zapatero e i suoi omologhi greco e austriaco George Papandreou e Werner Faymann. I contatti informali si intensificheranno lunedì prossimo, in occasione delle celebrazioni a Berlino per il Ventennale della caduta del Muro di Berlino, in vista di un vertice decisivo che potrebbe essere indetto alla fine della settimana prossima o in quella successiva. Per ora l’unica certezza sembra essere quella intorno al nome del premier belga Herman van Rompuy, dato per favoritissimo alla presidenza del Consiglio Ue, grazie soprattutto all’appoggio convinto dell’asse ParigiBerlino. E intanto, dopo le telefonate a Merkel e Sarkozy, Silvio Berlusconi ieri ha indetto una riunione dell’ufficio di presidenza del Pdl a Palazzo Grazioli, cui ha partecipato anche il commissario europeo Antonio Tajani che, visto il sostegno dato dal presidente del Consiglio a Massimo D’Alema, potrebbe essere “dirottato” come candidato alle prossime elezioni regionali nel Lazio, al posto di Renata Polverini. Due anni e mezzo esatti all’Eliseo. Nicolas Sarkozy ha toccato ieri la tappa di metà mandato. E come per il primo anniversario della vittoria di Barack Obama, si tratta di una ricorrenza amara. L’ultimo sondaggio di Canal + segnala che due francesi su tre sono insoddisfatti del presidente. E la stessa maggioranza di centrodestra è scossa da ripetuti malumori e polemiche. Il presidente, raccontava ieri il quotidiano amico “Le Figaro”, in privato riconosce gli errori personali che ne hanno compromesso l’immagine, per ultimo il tentativo di insediare il figlio Jean alla guida di un’importante struttura pubblica. Anche se ama ripetere agli amici «quando mi guardo mi dispiaccio, quando mi confronto, mi consolo». Motto confermato da un sondaggio di Ifop che lo dà in testa, con il 28% dei voti, in un ipotetico primo turno delle presidenziali. Sarkozy, peraltro, non ha ancora confermato la sua candidatura per un secondo mandato. DI LUCA SEBASTIANI square6 Parigi. «Non ho niente da rimproverami, andrò io stesso in tribunale a spiegarmi, con serenità e determinazione». Per essere la dichiarazione di un uomo che rischia dieci anni di carcere, indubbiamente queste parole suonano un po’ come l’ostentazione di una tranquillità eccessiva. Eppure è sotto il segno dell’ecumenismo e del profilo basso che Jacques Chirac ha deciso di fare la sua rentrée sulla scena pubblica. Una lunga intervista a Le Figaro, una altrettanto lunga alla radio, ieri, giorno dell’uscita in libreria delle sue memorie (Chaque pas doit etre un but), l’ex presidente ha voluto presentarsi come un uomo pacificato, ormai lontano anni luce dalle asprezze della vita politica in cui ha navigato per decenni. Non una parola sull’attualità o sul suo successore Sarkozy gli è stata estorta. Del resto è così che lo vedono i francesi, come un nonno della Repubblica in pensione, e allora perché non confermare con i toni e le parole quello che ora i cittadini amano in lui? Quando nel 2007 Chirac ha lasciato l’Eliseo, i francesi ne pensavano il peggio possibile e i sondaggi registravano tassi di gradimento rasoterra, mai raggiunti né prima né dopo di lui. Tanto che il successo alle presidenziali di Nicolas Sarkozy si deve molto alla sua abilità di presentarsi come un anti Chirac: dinamico e concreto tanto quanto immobile e parolaio era il predecessore, coerente con gli impegni presi almeno nella misura in cui l’altro disattendeva regolarmente la parola data. Eppure ora nella percezione rassicurante di quel settantasettenne in pantofole, i francesi hanno trovato un nuovo afflato. Due settimane fa un sondaggio lo collocava tra le personalità più amate con il 76 per cento delle opinioni favorevoli. Se si pensa che il gradimento di Sarkò è contemporaneamente caduto al 39%, si può ben immaginare quanto la nostalgia dei bei tempi andati, immobili ma sicuri, contribuisca ora alla tarda rivincita del vecchio tranquillo sul giovane esagitato. Se lo vogliono in pantofole, allora Chirac andrà in pantofole anche in tribunale, senza astio a spiegare l’equivoco degli «impieghi fittizi» al Comune di Parigi che ora, scaduta l’immunità penale che l’aveva coperto negli anni dell’Eliseo (19952007), gli vengono contestati dal giudice istruttore. Si tratta di una questione di molti anni fa, quando il futuro presidente era sindaco della Capitale e sicuramente altro uomo da come appare adesso. Animale politico come pochi altri della sua generazione, cinico e camaleontico tanto da diventare proverbiale, Chirac è stato via via comunista, radicale, gollista, antieuropeista viscerale, europeista convinto, liberista e difensore del sistema sociale francese. Nel ’95 riuscì a strappare il suo primo mandato all’Eliseo ricollocandosi sulla sinistra dello spettro gollista come il ricompositore della «frattura sociale», superando così l’altro candidato della destra, il liberale Eduard Balladur, suo rivale storico e favorito da tutti i sondaggi. Non a caso prima di quella vittoria era stato abbandonato da tutti, compreso Sarkozy, il figlioccio politico che lo tradì per puntare sul cavallo dato per vincente. Chirac non lo digerì mai, come mai digerì l’altro uomo con cui intrattenne una rapporto conflittuale per tutta la sua lunga carriera, Valery Giscard d’Estaing. Negli anni Settanta la loro fu una vera e propria coabitazione, fino a quando Chirac sbatté la porta di Matignon, svestì i panni di primo di ministro e iniziò la guerriglia contro l’avversario. Non è un mistero che nell’81, al secondo turno delle presidenziali diede mandato di votare Mitterrand contro Giscard. Nelle sue memorie Chirac offre un tributo al primo e racconta un episodio che la dice lunga sul rapporto con il secondo. Scrive Chirac che durante una riunione Giscard chiama il cameriere per far portare un tè per sé, ma non chiede nulla al suo interlocutore. La scena era talmente strana, dice Chirac, che ho detto «grazie, ma non bevo mai tè». Il primo tomo delle memorie uscito ieri arriva solo al 1995, quindi non ci sono episodi piccanti su Sarkozy. Però ci si può leggere degli esordi di Chirac tra i comunisti francesi, del suo incontro fondatore con Georges Pompidou che lo chiamava «il mio bulldozer» e la sagace scena di un giovane segretario di stato al Lavoro che nel pieno della tensione del maggio ’68 si presenta ad una riunione con i sindacati con un revolver in tasca. Appunto, anni luce dalle pantofole di oggi. NICOLAS. A METÀ STRADA * Il presidente dell’Autorità nazionale palestinese, Abu Mazen, durante un discorso diffuso dalla tv, ha confermato ieri di non volersi ricandidare alle prossime elezioni presidenziali, in programma il 24 gennaio 2010. Abu Mazen ha dichiarato di aver informato i «fratelli» del governo palestinese del «suo desiderio». La volontà di abbandono sarebbe da attribuire alle scarse prospettive di ripresa di una trattativa con Israele e alle correzioni di rotta dell’amministrazione Usa, che ora accetta un contenimento degli insediamenti israeliani, invece del congelamento chiesto dall’Anp. IL RITIRO DI ABU MAZEN Mondo 14 VENERDÌ 6 NOVEMBRE 2009
trianglert RETE E BROGLI. Twitter e Facebook protagonisti delle elezioni presidenziali romene. I social network verranno utilizzati per evitare brogli. AFGHANISTAN. DOPO L’ATTACCO DELLA SCORSA SETTIMANA, EVACUATO METÀ DEL PERSONALE A Kabul l’impopolare Onu ha iniziato a far le valigie DI SAID ABUMALWI square6 La sicurezza continua a essere al centro dell’attenzione in Afghanistan. E proprio nel giorno in cui l’Onu decide di far rientrare quasi la metà del personale occidentale impegnato nel paese, un nuovo attacco colpisce i militari italiani. Un ordigno è esploso al passaggio di un mezzo con quattro paracadutisti a bordo che hanno però riportato solo leggere ferite. Si sono infatti salvati grazie al blindato “Lince” su cui viaggiavano. L’attentato si è verificato poco dopo le 7 (le 3 e mezzo di notte in Italia) mentre una pattuglia era impegnata in una ricognizione operativa nell’area della Zeerko Valley, 20 chilometri a sud di Shindand, nell’Ovest del Paese. L’annuncio del ridimensionamento dei funzionari dell’Onu è stato dato invece a Kabul da Kai Eide, il rappresentante di Unama, la missione del Palazzo di Vetro in Afghanistan che funge da “ombrello” per tutte le agenzie. Eide, che ha giustificato la scelta per motivi di sicurezza dopo l’attacco al compound dell’Onu a Kabul che settimana scorsa ha visto morire 5 occidentali e tre afgani, ha voluto sottolineare che il ridimensionamento (600 su 1300) è temporaneo e che questo non impedirà l’aiuto umanitario di emergenza che viene comunque erogato da personale locale (circa 5.600 afgani). La decisione, però, rappresenta un duro colpo alla credibilità dell’Onu e dell’impegno civile. Inoltre, sembra rafforzare l’impressione che l’opzione militare resti quella privilegiata, nonostante il presidente americano Obama non si è ancora espresso sull’invio o meno dei 40mila soldati che gli sarebbero stati richiesti (la cifra non è ufficiale) dal generale McChrystal, il comandante in Afghanistan delle truppe Usa e di quelle Nato. Una credibilità messa a dura prova, proprio nei mesi scorsi, non solo da una percezione diffusa tra gli afgani che l’Onu sia un “ente inutile”, ma anche da uno scontro interno che ha visto perdere proprio Eide. Le Nazioni unite non godono ottima fama in Afghanistan. Benché Kai Eide, il norvegese a capo di Unama, si sia molto speso soprattutto sulla questione delle vittime civili, un argomento molto sensibile tra la popolazione, la missione non si è mai scrollata di dosso la percezione che sia organica al governo Karzai, ai comandi Nato e alle cancellerie occidentali: lontana dalla gente comune insomma. Avvertimenti sulla sicurezza ne girano da tempo. E l’ultimo, nel gennaio scorso, dopo l’ennesima minaccia talebana, aveva significato una “stretta immediata” per tutti, Ong comprese. Ma per Unama, o per i tecnici delle Cooperazioni bilaterali, ancora di più: mai uscire per strada, auto blindate, nessuna esposizione. Dunque nessun contatto col popolino. Ma questa distanza dagli afgani, dall’uomo della strada, sempre più in aumento, aveva già messo in allarme il Palazzo di vetro anzi gli uffici di Ginevra, dell’Ufficio per gli affari umanitari (Ocha), una sorta di “vicepresidenza del Consiglio” dell’Onu. Il suo direttore, John Holmes, nell’estate del 2008, si scontra con Eide. Vuole infatti che in Afghanistan l’Onu torni ad essere l’attore neutrale che a molti non sembra essere più. Quanto a Eide viene giudicato troppo debole e incapace di opporsi alla potenza di una struttura come la Nato che finisce a oscurare il lavoro “umanitario” di Unama. Durante l’estate lo scontro si consuma a Kabul dove Eide si oppone all’idea che si apra un ufficio di Ocha in Afghanistan. Sembra che l’abbia spuntata ma alla fine lo sconfitto è proprio lui: in dicembre gli uomini di Holmes arrivano nella capitale. Non è l’unico neo. Se la battaglia con Ocha la seguono solo gli addetti ai lavori, un altro scontro, più evidente e più recente, occupa le cronache. E’ quello che si consuma tra Eide e il suo vice, Peter Galbraith, sulle elezioni. Galbraith, numero due di Unama, le vorrebbe nulle. Eide si oppone e lo allontana. Ma la lacerazione è evidente. Infine, l’attacco dei talebani al cuore del potere umanitario il 28 ottobre. Un colpo durissimo che insinua una crepa nel punto più debole e fragile dell’impalcatura occidentale in Afghanistan. E che, dopo le dichiarazioni di ieri, fa probabilmente cantar vittoria ai guerriglieri in turbante, come già accadde in Iraq dopo l’attentato kamikaze nel 2003 che fece fuggire l’Onu dal paese. ITALIANI NEL MIRINO. Esplode un ordigno al passaggio di un Lince, quattro militari rimangono lievemente feriti. E in mattinata la decisione delle Nazioni Unite, dettata da motivi di sicurezza. Ma destinata a indebolire una presenza già criticata dagli afghani e scossa da un conflitto interno. CENSURA DI ANNA MAZZONE A Beirut Hezbollah vieta la lettura di Anna Frank square6 L’Unesco l’ha scelta come capitale mondiale del libro nel 2009, ma Beirut sembra non amare tutti i libri, solo alcuni. Gli autori ebraici, per esempio, seppur tradotti in lingua araba trovano una scarsissima se non inesistente possibilità di circolazione in Libano, dove sotto ogni pagina vergata da un israeliano potrebbe annidarsi la “minaccia sionista”. L’ultima censura, solo in ordine cronologico, è andata a discapito della lettura del Diario di Anna Frank, libro culto dell’eroina e martirebambina, emblema della tragedia dell’Olocausto, che è stato tradotto in 55 lingue e dalla sua prima edizione ha venduto più di 25 milioni di copie in tutto il mondo. Recentemente (e per la prima volta ufficialmente dopo precedenti versioni “casalinghe”), la storia, dolce come solo il diario di una bambina può esserlo, e straziante come solo la Storia degli adulti è capace di manifestarsi, della piccola Anna è stata tradotta in lingua araba e farsi (il persiano parlato in Iran), pronta per la diffusione anche in Libano e in tutti i paesi arabi e medio orientali. Ci ha pensato il gruppo “Aladino”, con base a Parigi. Una comunità di attivisti dediti a diffondere in tutto il mondo la memoria della Shoah. Ma per la seconda volta, Hezbollah si è opposto alla diffusione del libro a Beirut (capitale mondiale del libro 2009, è bene ricordarlo). Secondo il quotidiano israeliano Haaretz, la scorsa settimana la tv degli estremisti di Hezbollah, Al Manar, ha ufficialmente e pubblicamente chiesto ai giudici libanesi di impedire la diffusione del Diario di Anna Frank, e di perseguire tutti coloro che si offrono di commercializzarlo e diffonderlo. Durante la trasmissione televisiva, un membro del “Comitato per il boicottaggio dei beni sionisti in Libano”, Naim alQalaani, ha detto che la distribuzione del libro è «una flagrante violazione e una mossa per permettere la normalizzazione» con il nemico libanese di sempre, ossia Israele. C’è da dire che il Diario è stato venduto in Libano anche negli anni passati, sia nella versione inglese che nella prima versione in arabo. E dunque non è molto chiaro il motivo per cui Hezbollah proprio adesso si scagli contro le memorie della tragedia della piccola Anna e della sua famiglia. Il Diario va dunque ad aggiungersi alla lunga lista delle censure libanesi nell’ambito della narrativa, che spaziano da La Scelta di Sophie di William Styron a Schindler’s List di Thomas Keneally e Da Beirut a Gerusalemme di Thomas Friedman. E poi i libri di Philip Roth, Saul Bellow e Isaac Bashevis Singer. Ma forse questo l’Unesco non lo sapeva quando ha fatto la sua scelta. L’ecologismo è una fede religiosa? Secondo i giudici del Regno Unito sì THE BLACKBERRY ACCIDENT.Tim Nicholson, manager della Grainger, accusa: il capo mi ha licenziato a causa del mio amore verso l’ambiente. E una corte britannica gli ha dato ragione. DI LEONARDO CLAUSI square6 Londra.Lo chiameranno “The BlackBerry incident”: ovvero, come uno smartphone può cambiare i fondamenti del diritto del lavoro in Gran Bretagna, e molto altro. In una sentenza in appello che non è improprio definire epocale, il giudice Michael Burton ha stabilito che Tim Nicholson, già capo del dipartimento della sostenibilità della Grainger, la massima compagnia immobiliare del paese, potrà citare in tribunale il suo ex datore di lavoro sulla base delle sue convinzioni ecologiste. Tra lui, quarantenne che si sposta in bici, non vola e ha convertito il riscaldamento di casa a impatto zero e il suo boss, Rupert Dickinson, che non è del tutto irragionevole figurarsi con cohiba in bocca e piedi sulla scrivania, costantemente assillato da bilanci, dividendi e soprattutto da quel week end di golf alle Bahamas che continua a posticipare, ormai non era esattamente rose e fiori. Nicholson, le cui ansie ambientali sono le stesse di milioni di occidentali benestanti in preda a una violenta crisi di coscienza, funge da fastidioso grillo parlante in un’azienda la cui carbon footprint è ovviamente immensa; Dickinson, anche visto l’andazzo del mercato immobiliare, ha eufemisticamente altre priorità e non gli dà granché ascolto. La situazione tra i due precipita quando Dickinson, in un fantastico gesto che unisce hubris, spacconaggine, spreco di denaro (e, è lecito aggiungere, svariate tonnellate di Co2), durante un viaggio a Dublino ordina a un suo collaboratore di volare di nuovo a Londra per riprendergli il Blackberry dimenticato in ufficio. Questo provoca la fiera indignazione di Nicholson, il quale si ritroverà poco dopo licenziato per la solita “ristrutturazione aziendale”. Quello che a prima vista potrebbe sembrare un caso a metà fra irriconciliabili differenze antropologiche tra due esemplari di maschi europei adulti e classico abuso padronale è, in realtà, molto di più. In marzo Nicholson aveva visto accogliere dal tribunale la sua richiesta di citare la Grainger per averlo licenziato ingiustamente in base alle sue convinzioni. Che però gli avvocati dell’azienda avevano contestato, in quanto ideologiche e politiche perché basate su dati scientifici e dunque tutto fuorché filosoficoreligiose. Nicholson è ricorso in appello, sostenendo che la causa reale del suo allontanamento sia stata il disprezzo del capo nei confronti della sua fervente convinzione ecologista, convinzione che interessa tutti i suoi comportamenti. E il giudice gli ha dato ragione. Che l’ecologismo, da semplice stile di vita sia diventato, almeno in Europa del Nord, un qualcosa di molto simile a un credo laico, anche grazie a una riconosciuta evidenza scientifica cui, come se non bastasse, va ad aggiungersi quella empirica del visibile deterioramento degli ecosistemi di tutto il pianeta, era abbastanza chiaro. Ma ora qui in UK, dopo la sentenza del giudice Burton, lo stesso che aveva ritenuto il film di Al Gore An Unconvenient Truth non idoneo ad essere proiettato nelle scuole perché “politico”, viene effettivamente equiparato a un credo filosofico o religioso. Equiparato, per intenderci, al caso di Bushra Noah, la giovane parrucchiera musulmana che aveva denunciato Sarah Desrosiers, la sua datrice di lavoro, perché le impediva di indossare il velo nel suo salone: discriminazione, insomma. Le implicazioni della sentenza sono ovvie e hanno suscitato un coro di reazioni da ambo le parti dello schieramento: gli ecoscettici e gli ambientalisti. Se infatti è ovvio che si tratta di un sacrosanto passo avanti verso una maggiore perequazione tra chi professa una religione e chi un’etica filosofica secolarizzata, il rischio che ora le corti inglesi si trovino subissate di denunce di lavoratori che si sentono discriminati per il loro vegetarianesimo, femminismo, animalismo, ateismo è altrettanto ovvio. E se va da sé che una simile decisione indigna il mondo cristiano e, verosimilmente, quello musulmano, anche chi istintivamente saluta con favore la sua modernità non nasconde il timore che questa possa finire come strumento nelle mani di coloro che negano non solo il riscaldamento globale, ma ridicolizzano i disperati tentativi dei singoli di porvi rimedio. Questo gruppo, nel quale confluiscono principalmente personalità arciconservatrici e piccoloborghesi come esemplificato dai lettori del Daily Mail, ma è comunque variegato, considera l’ambientalismo un ibrido tra religione e superstizione, che mina alla base i valori giudaico cristiani d’Europa. In questo senso, la storia di Tim Nicholson diventa l’equivalente inglese della decisione di Strasburgo di riconoscere la battaglia anticrocifissi scolastici di Solie Lautsi in Italia: piccoli terremoti di un’eterna tettonica delle placche tra religione e laicità d’Occidente. Mondo 15 VENERDÌ 6 NOVEMBRE 2009
Caro La Russa, la fede non c’entra coi piccoli souvenir BOB DI FRANCESCO BONAMI aro Bob, l’altra sera, ospite de La Vita in Diretta, il ministro della Difesa La Russa è andato all’attacco per difendere il crocifisso nelle scuole pubbliche. Lo ha fatto in modo molto “cristiano” augurando di morire ai membri degli organismi europei che hanno legiferato contro il simbolo della fede cattolica. Pensate un po’ se questo signore anziché decidere la presenza o meno di un oggetto di culto dietro una cattedra dovesse prendere decisioni più complicate come andare a bombardare un paese che ci sta antipatico o magari premere addirittura il bottone per lanciare un ordigno nucleare. Vista la violenza con la quale si è scagliato contro chi ha preso una decisione razionale e logica speriamo proprio che l’Italia non debba mai trovarsi davanti a scelte militari estreme. Il ministro non si rende conto che il suo modo sinistro di affrontare l’argomento è la vera offesa alla religione e a tutti quelli che la fede ce l’hanno ma magari non hanno un crocifisso nemmeno a casa loro. D’altronde non c’è cosa più squalificante che ridurre una religione a semplice tradizione come ha fatto anche l’altro ministro, quella della pubblica istruzione, Gelmini. L’ Europa non può legiferare contro le nostre tradizioni. Sì, certo, l’Europa non può decidere che non si fa più la saga dell’Oseo a Sacile o la Festa della Rificolona a Firenze o il Palio di Siena ma la fede di qualsiasi tipo essa sia non è tradizione. Forse ci sono delle tradizioni religiose ma la religione di per sé è un processo spirituale continuo che vive proprio del suo rinnovamento interiore che non può essere ancorato e schiavo di simboli o oggetti di culto. In una società che sta diventando culturalmente ed etnicamente sempre più diversa non è possibile imporre una fede unica senza scivolare nel fondamentalismo. In America, un paese dove i presidenti stanno molto attenti a non dimenticare di andare a messa e dove esiste un fondamentalismo cristiano molto violento, nessuno chiederebbe che nelle aule delle scuole pubbliche ci fosse per legge un crocifisso. Nessuno lo chiede perché la libertà di fede, di pensiero e di parola negli Stati Uniti sono veramente sacre. Da noi in campo religioso l’ipocrisia regna sovrana. Tutto è diventato tradizione e abitudine, anche i riti più profondi e importanti come il battesimo o il matrimonio. Si battezzano i figli e ci sposiamo spesso solo per il quieto viveC re sociale non perché veramente crediamo in questi sacramenti. In realtà, La Russa lo conferma in prima serata, quello che ci guida sono i “dissacramenti” della civilità. La battaglia contro la legge europea ha ridotto il crocifisso a un souvenir non molto diverso dalla statuetta del David, la Torre di Pisa in miniatura o la Gondola. Siamo fortunati che il Papa non è un ex gondoliere se no forse nelle classi avremmo appeso al muro una bella gondoletta nera. Non solo, siamo anche fortunati che ai tempi di Gesù la pena di morte si portasse a buon fine con la crocifissione e non impiccando i condannati. Immaginate quanto sgradevole sarebbe un patibolo alle spalle dell’insegnante di storia. Non parliamo di una sedia elettrica o di una ghigliottina. Se poi Gesù fosse stato ucciso da un plotone di esecuzione la cosa sarebbe diventata complicatissima e installare sulla parete il simbolo della nostra religione una questione d’ingegneria statica. È comunque incredibile che l’Italia di fatto rimane l’unico paese europeo con una religione di stato con un Pontefice che è una sorta di Ayatollah. Ma la reazione alla proibizione di simboli religiosi nelle scuole dimostra anche un potere ecclesiastico sempre più in crisi, incapace di dialogare con una società contemporanea in trasformazione dove la fede è una dimensione dell’anima e dello spirito non una questione di leggi, regole e minacce. Il Messia non credo si sia fatto crocifiggere pensando di diventare un logo tipo quello della McDonald. Non credo che il poveraccio avesse in mente di diventare il testimonial del Vaticano. Era all’umanità intera, non soltanto a una parte di essa, che donava la sua vita. Se veramente vogliamo rispettare la religione, qualsiasi essa sia, dobbiamo ricordare che il sacrificio sulla croce è stato fatto per tutti, cristiani, musulmani, ebrei, buddisti, induisti, scintoisti, vodou, tutte le altre fedi che non conosciamo e anche per chi non ha nessuna fede. È quindi una questione di semplice civiltà e rispetto lasciare liberi gli scolari di immaginare e pensare alla propria dimensione religiosa senza essere obbligati a guardare il simbolo della fede di altri, sia questo il crocifisso, la stella di David o un’immagine della dea Kalì. I legislatori europei potranno anche morire così come potrebbe farlo il ministro La Russa ma la realtà dei fatti non cambierebbe. La vera fede è libertà non idolatria di un piccolo souvenir. Che le hanno fatte a fare le primarie se il Pd non cambia? NDP DI ANTONELLO PIROSO uggestione mediatica collettiva. È un’espressione che, da quando l’ho letta in una sentenza, mi torna alla mente ogni volta che vedo colleghi buttarsi con enfasi a sposare tesi ed argomenti solo perché rispondono ai pregiudizi (nel senso letterale del termine: giudizi formulati prima) che hanno in testa. Lasciamo stare tutte le considerazioni sugli usi e gli abusi della figura del transessuale consumati in queste due settimane (come effetto collaterale del caso Marrazzo) nei talk show televisivi, che si sono attaccati al trans per fare un po’ di ascolti. Con il risultato di drogarli: la controprova si è avuta quando gli stessi programmi sono passati dalle faccende di letto ai problemi del Paese, in qualche caso si è assistito a veri e propri tracolli. Quello che più mi ha stupito non è stato il veder scatenarsi il legittimo desiderio di raccontare una vicenda grave e drammatica innanzi tutto per il suo protagonista e la sua famiglia , quanto piuttosto la voglia di arrivare a determinate conclusioni il prima possibile. La droga, i soldi, il trans, i carabinieri: ottimi ingredienti per immaginare uno scenario da spy story in grande stile, il complotto e la macchinazione orditi ai massimi livelli. Sia chiaro: lo stato dell’arte dell’inchiesta o meglio: di quello che si è saputo dell’inchiesta (alla faccia del segreto istruttorio) non autorizza alcun verdetto anticipato. Ci sono versioni contrastanti, elementi di opacità e ambiguità che vanno analizzati, soppesati, ridefiniti nei loro giusti contorni. Aspettiamo e vediamo, per dirla all’inglese. Certo, è apparsa un po’ comica la mezzaretromarcia di chi si è si è precipitato con voluttà a disegnare scenari apocalittici, e poi ha finito col prendersela con Marrazzo perché starebbe confessando a rate (sui soldi, sulla coca, sui trans, sui carabinieri), finendo con il contraddire gli assunti di un teorema che era apparso convincente perché affascinante. Attenzione, però: le suggestioni mediatiche collettive si diffondono come un virus anche nel campo della politica, almeno di quella condita più di parole che di fatti (quella che i francesi chiamano politique politicienne). Prendete il grande entusiasmo che ha circondato quella bella prova di democrazia che sono state le primarie del Partito Democratico. Neanche sono passate due settimane, e già ci si interroga: l’effetto Bersani si sta per caso esaurendo? La spinta propulsiva della sua elezione ha già il fiato corto? Avevano dunque ragione coloro che parlavano di Bersani come di una persona perbene, onesta, pragmatica, animata da otS time intenzioni ma di fatto esponente di un vecchio modo di fare politica? Vediamo. Le voci che in queste ore rimbalzano dall’interno del Pd, frutto almeno per quanto ci riguarda di conversazioni con esponenti di rango del partito, segnalano di un malessere via via crescente per l’organigramma che Bersani starebbe cercando faticosamente di mettere insieme. All’ombra della formula, vetusta anzichenò, di “gestione unitaria” o “plurale”, Bersani sarebbe in realtà succube di Dario Franceschini. Che, dopo aver perso le primarie inaugurate con lo slogan «non posso riconsegnare il partito a quelli che c’erano prima di me», dopo essersi impegnato se riconfermato segretario a traghettare il Pd verso il futuro e il nuovo, si è seduto davanti a Bersani e gli ha chiesto non solo un posto per sé quello di capogruppo alla Camera ma anche uno per Fassino, Fioroni, Gentiloni. Tutti appartenenti ad Area Democratica, la sua corrente (ma il Pd non era un partito che doveva prescinderne?). “Altrimenti ci arrabbiamo”, sarebbe stata la minaccia in stile Terence Hill formulata da un Franceschini tutt’altro che in disarmo. Così, tra i supporter bersaniani, in periferia come al centro, ci si comincia a domandare: ma cosa le abbiamo fatte a fare, le primarie? Per assistere allo spettacolo di un segretario che assomiglia a Romano Prodi, ostaggio di estenuanti mediazioni e dei diktat della variegata coalizione che lo sosteneva? Perché poi bisogna fare i conti con la presa di posizione di Rosy Bindi, che potrebbe essere il presidente onorario del Pd ma intendendo mantenere l’incarico di vicepresidente della Camera; con i soliti dubbi amleticomorettiani di Enrico Letta, “mi si nota di più se non vado, oppure se vado ma sto in disparte?”, indeciso se accettare o meno il ruolo di vicesegretario di Bersani, cui lo lega uno storico rapporto di stima e amicizia (ruolo che comunque potrebbe farlo apparire come “rimbalzato” al gradino del 1998, quando era vicesegretario del Ppi); infine, con l’ipotesi che all’ufficio di segreteria, in cui immettere facce giovani e inedite per accontentare il bisogno di rinnovamento, si affianchi poi un comitato politico in cui far rientrare dalla finestra quanti sono usciti dalla porta, Walter Veltroni in testa. Il tutto scommettendo su un mandato europeo per D’Alema. Perché se poi il Lider Massimo non ce la facesse e si ritrovasse con un po’ di tempo libero per manovrare da par suo nelle acque stagnanti della politica italiana, be’, allora sì che otterrebbero soddisfazione quanti lo hanno dipinto come il vero segretario eletto per interposta persona. Direttore responsabile ANTONIO POLITO Vicedirettori UBALDO CASOTTO (esecutivo) STEFANO CAPPELLINI MARCO FERRANTE MASSIMILIANO GALLO C.d.a. ROBERTO CRESPI (Pres. e a.d.) GIOVANNI DI CAGNO ANTONIO POLITO Redazione Tel. +39.06.427481 redazione@ilriformista.it Progetto grafico Cinzia Leone Alessandro Celluzzi www.ilriformista.it Abbonamenti Tel. +39.06.427481 Fax +39.06.42748244 www.ilriformista.it Distribuzione Pressdi distribuzione stampa & multimedia S.r.L. 20090 Segrate (Mi) Editore Edizioni Riformiste Società Coop. Via delle Botteghe Oscure, 6 00186 Roma Reg. 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SMS PENSIERINO Se l’amore acceca, la convivenza restituisce la vista. Dall’amica della notte TIFOSO Ghe pensi Milan. Claudio PROPOSTA Carceri: emergenza umanitaria. Bertolaso, costruisci cento nuovi istituti di pena in sei mesi. Maurizio CRITICA Caro Polito, complimenti davvero per il suo corsivo. Basta con questa doppia morale del “partito di Repubblica” che affossa il Pd, la democrazia e l’Italia. Silvia Lamberti PANORAMA Bruno Vespa, Il fatto del giorno, fra un po’ il “Belpietro show”, Matrix, L’arena, la domenica di Canale 5, i “contenitori” pomeridiani, le tv locali, cinque telegiornali schierati. E i “popolani della libertà” si lamentano. C’è da essere davvero “antiitaliani”. Viva l’Inghilterra. Enzo Spada SOCIALISTA Tanti anni fa ero di sinistra, una sinistra socialista, mai comunista. Se mi sono spostata, per così dire, a destra, ammesso che questa geografia significhi ancora qualcosa e io credo di no è stato per “colpa” di tante persone che, come Giuseppe D’Avanzo, si caratterizzano per virulenza, arroganza, autoreferenzialità, superiorità antropologica, doppi pesi e stradoppie misure. Può bastare? Carla SIMBOLI La Corte Ue dice no al crocefisso a scuola perché viola la libertà degli studenti. Cosa dire allora dell’abbigliamento degli studenti che richiama in qualche maniera la loro appartenenza a un credo religioso? G. Donnini CONSEQUENZIALI Un filosofo tedesco scrisse: «Iddio è morto». Presone doverosamente atto, dei giudici europei reputano sia il tempo di sfrattare anche il figlio, e così sia. Beau de l’air CLERICALISMO L’immagine del crocifisso a me laico convinto non crea problemi: è l’immagine di un grande uomo. Mi infastidisce invece la pretesa clericale di imporre per legge la sua esposizione. Dario Allamano ALLEANZE Pierluigi Bersani pensa al futuro, e per le regionali dialoga con l’Udc. Per il neosegretario è di prioritaria importanza il “partito plurale”: difatti nel Pd si è passati dal solito casino ai Casini. Lequile radicale NOVITÀ La nuova politica di centro. Casini a Rutelli: «A’ Fra che te serve?». Napoleon RAPPRESENTANTI In Europa invece di Mario Monti ed Emma Bonino i nomi sono quelli di Antonio Tajani e Massimo D’Alema. Il livello di equilibrio politico ne risente e scema. Lichene EQUIVOCO Alla Farnesina osservano che, per un D’Alema ministro degli Esteri della Ue, il doppiopetto sarebbe di rigore. I transessuali di via Gradoli, che hanno frainteso, sono disponibili per lezioni di portamento. Clericus vagus SULLE ALI Nell’arco di tre giorni ho perduto il mio forte papà e la mia amata Alda Merini. Adesso siedono accanto e si conoscono. «I poeti non si redimono, vanno lasciati volare come usignoli pronti a morire». Marilù Barnaba AUSPICIO Vorrei sapere dagli elettori del centrodestra, che giustamente difendono il loro “idolo”, come mai assistiamo a continue fribrillazioni nella maggioranza, che è ricordo una maggioranza sciacciante. Non è per caso che i suoi fedeli alleati iniziano a capire che molti provvedimenti non sono utili per il Paese? Confido nella capacità di molti esponenti della coalizione di governo di resistere e di proporre finalmente qualcosa di utile per i cittadini. Mario 58 SOFRI NEBULOSO SU LOTTA CONTINUA Caro direttore, mi è capitato di leggere sul Corriere della Sera del 4 novembre la risposta di Adriano Sofri ai ricordi e alle osservazioni di Andrea Casalegno relative a Lotta Continua, così come riportate nell’intervista curata da Aldo Cazzullo sempre sul Corriere del giorno prima. Bene: trovo questo intervento di Sofri sconcertante e nebuloso. Egli, anziché chiarire, contribuisce a confondere le idee del lettore su una delle pagine più buie della nostra Repubblica. A volte sarebbe meglio tacere che tentare faticosamente di spiegare una verità difficile e problematica. trianglert GIOVANNI CALDERARO, Roma UNA SENTENZA SECONDO RAGIONE Caro direttore, quante discussioni si concluderebbero in brevissimo tempo o neppure nascerebbero se gli uomini lasciassero da parte i sentimenti e si affidassero alla ragione? Immagino nessuno potrà affermare che la Corte europea dei diritti umani si sia affidata ai sentimenti per affermare che il crocifisso appeso nelle aule scolastiche è una violazione della libertà dei genitori a educare i figli secondo le proprie convinzioni, e della stessa libertà di religione degli alunni. Le tempestive e unanimi reazioni nel nostro Paese mostrano invece chiaramente come i sentimenti possano avere il sopravvento sulla ragione. La sentenza della Corte europea non impone qualcosa, ma impone di non imporre qualcosa. Ma noi, su quale criterio serio e ragionevole possiamo basare il nostro diritto di imporre agli alunni non cristiani la presenza di un simbolo cristiano? Vale forse anche la pena di ricordare che gli alunni che non conoscono il cristianesimo, ma anche i nostri bambini più piccoli, non colgono il significato indiretto del simbolo in questione il sacrificio del Salvatore ma solo quello diretto, evidente, della malvagità e della ottusità degli uomini. trianglert ELISA MERLO PREVEGGENZA DEI CINESI Two years ago, Chinese calendar year of the bird...Avian flu. This year, Chinese calendar year of the pig...Swine flu. Next year is the year of the cock...Anybody else worried? trianglert FRANCO DEBENEDETTI I MEDIA E LA CRISI SOCIALE Gentile direttore, la crisi economica sta provocando ricadute pesantissime sui lavoratori italiani e sulle loro famiglie. Ogni giorno cresce il numero delle aziende che chiudono, o che decretano lo stato di crisi, e quello dei lavoratori messi in mobilità, in cassa integrazione o, più semplicemente, licenziati. Nonostante questa immensa “bolla” sociale, l’informazione, cartacea e televisiva, non racconta come dovrebbe quanto sta accadendo. Montagne di pagine, servizi e filmati su gossip e politica da bar. Nulla, poco, comunque mai abbastanza, su questi problemi. Non dare spazio sufficiente alla sofferenza di milioni di italiani significa umiliarli due volte, negando la base stessa del patto sociale: l’articolo 1 della Costituzione. A chi conviene? trianglert JACOPO VENIER, Responsabile Comunicazione Pdci NO A UNA GIUSTIZIA DI CLASSE Caro direttore, concordo con il suo fondo su indulto e carceri; ma prima bisogna combattere la cultura del “tutti dentro” che certa magistratura pratica con ossessione. L’applicazione massiccia della detenzione preventiva va respinta, poiché la norma che la prevede si presta alle più svariate manipolazioni per tenere in galera chiunque. Ci sono detenuti in attesa di giudizio, a volte incensurati e imputati di reati non gravi, tenuti mesi dentro senza che un pm si degni di ascoltarli: e la lista degli errori, omissioni, colpe e superficialità è lunga. Su questo la sinistra è colpevole poiché, non ribellandosi avalla l’accusa di Pannella secondo il quale in galera vanno i “poveracci privi di avvocatoni”. La sinistra che si dice garantista, guardando da un’altra parte, consente una giustizia di classe al contrario molto attiva nel perseguitare i più sventurati. “Liberare” i tanti detenuti in attesa di giudizio, in carcere per esigenze cautelari risibili, equivarrebbe a un indultino. Ma pare che in Italia toccare i giudici è come toccare l’alta tensione, perché Anm e Csm, senza se e senza ma, reagiscono anche alla critica più cauta con comportamenti corporativi molto aggressivi e a volte in forme concettualmente violente, con i quali si pongono più come potere estraneo, alternativo e conflittuale con le altre istituzioni piuttosto che come un potere dello Stato in perfetto equilibrio con il legislativo e l’esecutivo. trianglert LUIGI DE SANTIS L’IPOCRISIA ANTIMERCATO Caro direttore, l’Italia è in Europa, dove è operante il “libero mercato”, oppure è in una provincia della Repubblica popolare cinese? Si parla di liberalizzazioni, di democrazia liberale, di competitività, di qualità, di meriti, di professionalità, e poi, sotto sotto la lingua batte dove il dente duole spunta il desiderio, moralisteggiante, di introdurre la “par condicio” anche nella raccolta pubblicitaria? A qualcuno piacerebbe. Invece di far notare che per fortuna in questa crisi dell’editoria, c’è qualcuno che riesce a cavarsela, si imbastiscono colonne di nomi e di cifre, di possibili espansioni in altri mercati, quasi fossero una colpa, anzi un peccato. Il tutto a dimostrazione della natura antidemocratica di Berlusconi. Però Sky s’è data al porno 24 ore su 24, con relativa pubblicità. Cos’è questo, un luminoso esempio di “politicamente corretto” o fame del profitto? La paranoia regna sovrana. Vogliamo schiodarci da queste posizioni, sempre e comunque demonizzanti per l’avversario? Le speranze riposte in Bersani nascono proprio da questa necessità. trianglert MORENO LUPI QUANDO IL PD VINCERÀ Caro direttore, il giorno in cui il Pd si scollerà dall’antiberlusconismo fine a sé stesso e in cui non sarà costretto a leggere Repubblica per riempire la sua agenda politica; il giorno in cui ammetterà che il marcio è ovunque; il giorno in cui smetterà di usare due pesi e due misure; il giorno in cui metterà in pensione l’idea che chi ha votato a destra è un imbecille impreparato; il giorno in cui dimostrerà coi fatti di volere il bene del Paese e non solo di essere incollato alle poche poltrone rimaste; il giorno in cui ammetterà che la cultura non è solo di sinistra; il giorno in cui collaborerà per modernizzare l’Italia e riconoscerà all’avversario politico di aver raggiunto alcuni obiettivi e in cui lo considererà come controparte e non come nemico; il giorno in cui finirà di credere di essere un gradino sopra agli altri e di considerare il popolo italiano come una becera scolaresca da indottrinare; il giorno in cui ammetterà che la magistratura va riformata, così come va svecchiata la Costituzione; il giorno in cui non farà passare un anno per decidere il suo segretario; il giorno in cui assumerà seriamente e costruttivamente il ruolo di opposizione; quel giorno e solo allora, forse, riuscirà a vincere le elezioni, a patto che non faccia nemmeno un piccolo passo indietro. Da una elettrice di sinistra. trianglert MARINELLA BANDINI, da www.ilriformista.it IL TORINO FILM FESTIVAL Caro direttore, ho letto sul Riformista un articolo di anticipazione di Michele Anselmi sull’imminente Torino Film Festival, corretto e bene informato come di consueto. Questa volta, però, gli è sfuggita una piccola imprecisione: il nostro budget non è di 4 milioni di euro, ma di “soli” 2 milioni e 800 mila. Lasciamo ad altri il confronto con analoghe manifestazioni. A noi sembrano sufficienti per mantenere alto il livello qualitativo del festival, in un’ottica di gestione virtuosa delle risorse pubbliche e private affidateci. Cordiali saluti. trianglert ALBERTO BARBERA * CARLI’S WAY aro direttore, non condivido le numerose critiche alla sentenza della Corte europea dei diritti dell’uomo che nega la presenza di simboli religiosi nella scuola. Nonostante le famiglie dell’istituto di Abano Terme siano contrarie alla decisione dei giudici, dovremmo valutare se quel provvedimento sia “giusto”, e non se assecondi la volontà della maggioranza. In questi casi non bisogna “contare” ma “pesare”. Ritengo che siamo tutti d’accordo che lo Stato debba essere laico, cioè neutro e non schierato; ciò significa che deve considerare le religioni come fatti personali, o collettivi, comunque non rilevanti per le istituzioni pubbliche. Questo perché tutti i cittadini possano essere considerati, a prescindere dalle loro opinioni e convinzioni, solo come essere umani. Noi critichiamo i paesi islamici perché usano come codice civile e penale il Corano, perché tutto in essi è religione, e tutto è avvolto da una soffocante benda che toglie il respiro alla curiosità, all’innovazione, al dubbio, alla discussione, alla critica. Ebbene, imporre qualunque simbolo religioso in un istituto pubblico ovviamente non parlo di quelli privati significa, in misura proporzionale, aderire alla mentalità dell’Islam che concordemente critichiamo. Il fatto è che la maggioranza delle famiglie cattoliche di quella scuola non si rendono conto che la decisione della Corte tutela indirettamente la libertà e la dignità di tutti, anche degli stessi scontenti. E ciò vale anche se per garantire quella libertà i giudici comprimessero per un momento alcuni interessi di una parte della società. Valutando la “giustezza” e non il “consenso” si fa un’opera illuminante sul problema. Giuseppe CLa sentenza sul crocifisso tutela anche la libertà dei cristiani trianglert I DARDI DI NARDI Scusi signor Ciancimino, per caso sa anche dov’è nascosto il Graal? (www.francesconardi.com) trianglert Invia i tuoi sms al numero 349.5712305 e le tue mail a redazione@ilriformista.it Sms Mail 17 VENERDÌ 6 NOVEMBRE 2009
18 VENERDÌ 6 NOVEMBRE 2009 prossimamente 2012, mai dire Maya Apocalisse da 200 milioni di dollari EMMERICH. Il regista dei distruttivi “Independence Day” e “The Day After Tomorrow” ci ha ripreso gusto. «È l’ultima volta», giura. Non crede alla profezia, ma nel film collassano Casa Bianca e San Pietro. Non La Mecca: «Potevo beccarmi una fatwa». DI MICHELE ANSELMI square6 Bisogna riconoscere che il titolo migliore l’ha fatto il mensile di cinema Ciak. Dice, con una punta d’ironia che del resto appartiene anche al filmone di Roland Emmerich: «Mai dire Maya». Perfetto, trattandosi di apocalittica profezia, appunto elaborata dal calendario che fu dell’antica popolazione mesoamericana, secondo la quale il 21 dicembre 2012 finirà il mondo così come noi lo conosciamo. Tutta colpa del tredicesimo ciclo terrestre: terminato il quale, zac!, scatta quello che gli anglosassoni chiamano Global Doomsday Event. S’intende: trattasi di cinema hollywoodiano, del più puro filone catastrofico, un mix di prodigiosi effetti speciali, nozioni pseudo scientifiche e scene di massa, per un budget totale di circa 200 milioni di dollari. Capirete che, a questi livelli, non si può fare cilecca al boxoffice. Né, tanto meno, farsi fregare dai pirati informatici. Così 2012 esce lo stesso giorno in tutto il pianeta, cioè il 13 novembre, venerdì prossimo. Gigantesca l’operazione di marketing congegnata dalla Columbia, in modo da prendersi tutto il tempo necessario per far fruttare ai botteghini il kolossal del regista tedesco esperto in “end of the world”, prima che, a gennaio, la Fox risponda per le rime con l’atteso Avatar di James Cameron. A dirla tutta, il cineasta di Independence Day aveva promesso di smetterla col genere dopo The Day After Tomorrow, ma il disaster movie tira, il mito di Armageddon s’arricchisce di infinite variazioni e gli ultimi film sul tema, da Cloverfield a Segnali dal futuro, non è che fossero proprio granché. Quel furbacchione di Emmerich deve aver pensato, anzi l’ha proprio confessato: «Non potevo permettere che il film lo facesse qualcun altro. Farò 2012, ma in maniera così grandiosa da esaurire per sempre la mia voglia di fare film del genere. Non ci ricascherò più». Vai a sapere se è vero. Per intanto annuncia la svolta: incassato il prevedibile successo planetario di 2012, tornerà nella natia Germania a girare una storia completamente diversa, Anonymous, per far luce sul mistero creativo di Shakespeare (fu veramente lui a scrivere le opere che gli vengono attribuite?). Naturalmente è consigliabile non prendere sul serio né 2012, né la conturbante profezia Maya per alcuni studiosi «un’armonica convergenza di idiozia e ignoranza» che ha fatto da spunto alla sceneggiatura firmata da Emmerich insieme ad Harald Kloser. Del resto è il regista stesso a sorriderci un po’ sopra: «Crederci? Diciamo che oscillo: trovo affascinante sul piano drammaturgico ed emotivo una profezia del genere, ma poi la mia natura scientifica finisce con l’escludere la possibilità che la fine del mondo arrivi così. Certo è che il pianeta sta andando in malora, se non ci diamo una regolata, non fermiamo l’inquinamento, le guerre di religione, la paura che cresce, qualcosa di brutto succederà abbastanza presto». Al Gore permettendo, ci si augura non nel 2012: ma i blockbuster, per divertire allarmando, prediligono date ravvicinate, così da situare il cataclisma in un futuro prossimo venturo, tra oggetti, vestiti, case, panorami familiari. E intanto sui diversi trailer, sempre più impressionanti nel mostrare la devastazione, risuonano con voci tonanti, moniti quasi biblici, del tipo: «Ovunque siete, in qualunque cose credete, stiamo per riunirci tutti». Oppure: «La scienza l’ha confermato, ma non avremmo mai immaginato». Brrr! Chiaro che “2012”, per mantenere le promesse, non si risparmia nulla. E non risparmia nulla: crollano San Pietro e la Casa Bianca, il Cristo di Rio de Janeiro va in briciole, Manhattan (un classico) è inghiottita dai flutti, Los Angeles sprofonda nelle voragini e i grattacieli s’accartocciano in serie, per non dire della torre Eiffel. Tutto, tranne La Mecca: «Non si sa mai. Puoi far crollare i simboli cristiani, ma quando si tratta dell’Islam basta un niente e ti becchi una fatwa», s’è giustificato il regista. Del resto, pur ammirando il Papa tedesco, che non fa morire, Emmerich si professa vicino al buddismo, «dove non esiste un dio vero e proprio e la spiritualità si misura con l’esistenza, la pratica di vita». E tuttavia un risvolto religioso, che si confronta con la fede, incombe su 2012: l’idea di un nuovo Diluvio Universale (per colpa di un cruciale allineamento di pianeti) che mette i governi, consapevoli da tempo di quanto sta per succedere, nella condizione di scegliere, novelli Noè senza scrupoli, chi salvare e chi no. Pochi e ricchi i privilegiati destinati ad essere evacuati via astronave, e tra questi non c’è di sicuro la famigliola del protagonista John Cusack. Classico eroe per caso, l’attore di Alta infedeltà fa uno scrittore fallito che si mantiene guidando limousine dopo un divorzio che l’ha lasciato a terra. L’inizio della fine del mondo lo sorprende nel parco di Yellostone insieme ai figlioletti e non gli sarà facile recuperare la moglie, in un crescendo di prove tremende, tra tsunami ed eruzioni, nel tentativo di farla franca. Pensare che Woody Harrelson, nei panni del profeta verde Charlie Frost, una sorta di moderna Cassandra, aveva previsto tutto. Business ed effetti collat dell’industria catastrofi 21 12 2012. Scettica la scienza, però c’è chi, come lo studioso Di Veroli, profetizza gravi danni ai sistemi di comunicazione. Lo psicologo Silvestri, autore di “2012, Pianeta X”, avverte: «Chi alimenta queste fobie lo fa per soldi». DI ANTONELLO GUERRERA square6 Se fossimo ancora al tempo dei Maya, il 21 dicembre 2012 sarebbe il giorno in cui termina il sesto ciclo del calendario della civiltà mesoamericana (ogni ciclo dura 144mila giorni, ossia circa 400 anni). Ma per alcuni catastrofisti, nonostante la tradizione mesoamericana individuasse nella fine di un ciclo anche l’inizio di una nuova era, in questa data dovrebbe verificarsi un cataclisma. L’ennesima profezia che andrà clamorosamente a vuoto? L’ipotesi è meno fantascientifica di quanto possa sembrare. Il problema è che nel 2012 sembrano concentrarsi particolari congiunture astronomiche per alcuni catastrofiche. La teoria più gettonata tra web, fantasiosi e alcuni studiosi, seppur smentita dalla maggior parte della scienza internazionale, è più o meno questa: intorno a novembredicembre del 2012 si verificherà un particolare allineamento galattico tra sole e pianeti. In queste condizioni, una eventuale tempesta solare che investirà il pianeta sarebbe molto più potente del solito, coinvolgerebbe satelliti e altri apparati elettronici che andrebbero in avaria, creando così serissimi scompensi ai sistemi di comunicazione mondiale. «E per ritornare alla normalità, dovesse accadere una cosa simile, ci vorrebbero anni. Torneremmo a vivere in un’epoca del passato». A dichiararlo è Massimiliano Di Veroli, imprenditore e studioso di Kabbalah e scienze esoteriche. Che aggiunge un’altra ipotesi piuttosto inquietante: «La tempesta solare potrebbe innescare l’inversione della polarità terrestre. Un fenomeno che, ovviamente, non avviene dall’oggi al domani. Ma questo potrebbe anche causare una concentrazione di diversi cataclismi naturali e un forte abbassamento della temperatura. Oltre a far scoprire nuove stelle e nuove galassie e intravedere anche il famoso dodicesimo pianeta, il “Pianeta X”, il Nibiru dei sumeri». Su questo fantomatico pianeta, lo psicologo Stefano Silvestri ha addirittura realizzato il dvd 2012, Pianeta X, Cerchi di Grano. Ciononostante, le sue previsioni sono più scettiche: «Potremmo giungere alla conoscenza di Nibiru anche prima del 2012 se mai esiste, ma non è scritto da nessuna parte che il suo avvicinamento alla Terra possa scatenare i cataclismi postulati negli ultimi anni». Ma cosa c’entrano i cerchi di grano del suo libro con Nibiru, maya e il 2012? «I cerchi sono sistemi di comunicazione riconducibili a altre forme di vita dell’universo», dichiara Silvestri. «Ma due di queste manifestazioni erano state erroneamente ricollegate ad un possibile ordine dell’universo dopo il dicembre 2012. Pure credenze. Non succederà nulla di catastrofico in quella data, ma certo qualcosa, soprattutto a livello di cambiamenti climatici, potrà cambiare». «Il problema è che su esoterici e catastrofisti, le multinazionali hanno capito che possono fare soldi a palate», aggiunge Silvestri. «Tutte queste fobie sono ingiustificate. Da gennaio 2009 sono già usciti 9 film che trattano più o meno velatamente della fine del mondo, vedi 2012 di Emmerich, ma anche Segnali dal futuro con Nicholas Cage, Avatar, The Moon e via dicendo. È un’industria che cerDi fronte a queste profezie scioccanti, alcuni soggetti si ritirano dalla realtà e subiscono un crollo delle motivazioni
19 VENERDÌ 6 NOVEMBRE 2009 apocalypse day erali ca A che ora andava in onda l’ultima fine del mondo? ca in ogni modo di mettere paura alla gente e marcia su questi argomenti». Isterismi di massa che certo, in un’epoca ipertecnologica come quella moderna, stupiscono per il seguito che riescono ancora a generare. Ma non c’è nulla da salvare in questa corsa generalizzata al mistico? «Beh, argomenti come questi hanno almeno un lato positivo: Nasa e altre organizzazioni ora spendono molto su come evitare tali cataclismi, senza contare gli investimenti militari di cui noi non sappiamo. E poi, altro che catastrofe. Dopo il 21 dicembre 2012 il mondo sarà migliore di oggi. I germi ci sono già: l’idea di risparmio energetico che sta prendendo piede tra la popolazione mondiale e l’attenzione per l’ambiente». Ma questi annunci di morte e distruzione non rischiano di creare scompensi psicologici tra la gente? «Quello che noto nei casi che ho studiato», rimarca lo psicoterapeuta Silvestri, «è che di fronte a queste notizie scioccanti, alcuni soggetti subiscono inizialmente un primo ritiro della realtà, con conseguente crollo delle motivazioni. Se poi si è invischiati in gruppi religiosi fondamentalisti che veicolano queste assurde profezie, alcuni possono anche lasciare famiglia e sposarsi con altri delle stesse credenze. Ma la cosa più assurda è che, nonostante gli annunci apocalittici di questi gruppi si rivelino sempre fasulli, gli adepti non sembrano scemare. Anzi, nel corso degli anni, aumentano». square6 L’apocalisse, il grande racconto di questo inizio di millennio, è stata tante di quelle volte dichiarata imminente, al mondo, nel tempo, nella mente di ognuno di noi, da sembrare immanente alle cose. È diventata l’anima del nostro tempo e allo stesso tempo lo sfondo del nostro mondo. Uno sfondo costante, che non varia, cui ci si abitua persino. Si fanno concerti a impatto mille sull’ecosistema per sensibilizzare il mondo sul problema dell’ambiente. Come stampare su carta raffinata libri in cui si racconti come i polmoni verdi della terra stiano andando a morire lentamente. L’apocalisse, d’altronde, per i suoi professionisti, è molto redditizia. «Il mondo finirà domani ma per saperne di più visitate il nostro sito www.finedelmondo.it». A disinnescare la pericolosità percepita dell’apocalisse, c’è una sproporzione tra lo scenario che viene profilato, uno scenario di tale e assoluta devastazione da non lasciare adito a dubbi, anche solo per forza immaginifica, e quella che poi è la realtà di ogni giorno. In cui non si percepisce il piccolo cambiamento che può condurci al baratro. (...) Ma se uccidi dio, come fanno la scienza, l’ecologia e il darwinismo, disinneschi anche l’apocalisse. Così il mondo sembra poter andare allegramente in vacca. E di notte, con il sonno della ragione, tutte le vacche sono nere. Con questo non si vuole fare disfattismo, ma notare che anche sull’apocalisse non tutti sono d’accordo. Credenti, scienziati, progressisti, ecologisti, negazionisti. Un romanzo su basi scientifiche e altre pseudoscientifiche di Crichton, Stato di paura ha basato il suo successo su presunte bugie dell’ecocatastrofismo – dove addirittura si racconta di ecoterroristi pronti a tutto, anche a una catastrofe naturale, per dimostrare che hanno ragione. Il successo agli Oscar di Al Gore, vice di un ex presidente fregato da un pompino democratico con una stagista e dai presunti brogli elettorali di Bush contro il quale era candidato, che comunque è stato eletto con meno voti totali del rivale, è la dimostrazione che il racconto catastrofista piace moltissimo. (...) È fiction, anche se è visto come documentario, su quello che si può succedere. In tutti i film noi vediamo quello che ci può accadere. E non ci crediamo finché, in piccola parte, non ci accade. An unconvienient truth appartiene a quel filone di grandi racconti fraintesi. Documentario, finzione, montaggio, romanzo, etc… I catastrofisti sono molto pericolosi perché ci distolgono l’attenzione dai problemi di tutti i giorni che con calma e un po’ di pazienza potrebbero essere risolti, la meteora che ci sta piombando sul capo è invece un problema irrisolvibile mentre la spazzatura che viene lasciata a marcire sì. Catastrofico è il presente non il futuro. (...) La “catastrofilia” è un male del nostro secolo ripescato dal medioevo, solo che allora non tutti sapevano spiegarsi il perché di un’eclissi solare mentre oggi sono pochi quelli che si spaventano davvero. Ma il catastrofismo è un bel business, lo sa bene appunto la criminalità organizzata che sull’orlo o nel mezzo della catastrofe interviene a salvare il mondo facendo un sacco di soldi. (…) A che ora è la fine del mondo? Cantava Luciano Ligabue in una cover dei Rem. L’apocalisse, oggi, è programmata nei palinsesti. Come è avvenuto per la trasmissione Apocalypse show di Gianfranco Funari, un mezzo fiasco, comunque, nonostante il grande lancio mediatico. Funari era uno di quelli che Leonardo Sciascia chiamerebbe “professionisti dell’Apocalisse”. Tra cataclismi climatici e qualunquismo politico, con la morte delle mezze stagioni e la pioggia del governoladro che va, s’avanzano questi profeti della fine del mondo e della classe dirigente. La catastrofe dell’uomo era presente già nel capitolo finale della Coscienza di Zeno, con una bomba messa da un anarchico globale per far saltare in aria il mondo. Sanguineti, citato in epigrafe a Scritture della catastrofe, si professa un «un ottimista catastrofico... scommetterei sulla fine del mondo in tempi ragionevolmente brevi attraverso qualche disastro chimico o ecologico... niente mi impedisce di pensare che... si cerchi di fare il possibile per morire in modo degno, sul modello della ginestra leopardiana». È un apocalittico laico, integrato perciò ottimista. Un intellettuale che, comunque, confonde il nazionalpopolare con il gossip – disse, dopo essere stato eliminato come autore di canzone da Sanremo, che bisogna riscoprire il nazionalpopolare, cioè la vicenda della Lecciso – d’altronde non è stato mai popolare, attaccando anzi i romanzi popolari come quelli di Bassani, solo perché vorrebbe farne parte. Gossip che è estemporaneo e popolare senza motivo reale, concreto, economico. Solo mediatico, in questo caso. Voleva integrarsi nel canone, (…) non c’è riuscito. Leopardi già pensava alla fine del mondo. Nell’operetta morale dove il folletto dice allo gnomo: «Gli uomini sono tutti morti, e la razza è perduta» e poi «tutti i pianeti in capo a un certo tempo, ridotti per se medesimi in pezzi, hanno a precipitare gli uni nel sole, gli altri nelle stelle loro...» e poi ancora il folletto: gli uomini sono scomparsi «parte guerreggiando tra loro, parte navigando, parte mangiandosi l’uno l’altro, parte ammazzandosi non pochi di propria mano... in fine studiando tutte le vie di far contro la propria natura e di capitar male». C’era però un’idea dell’universo che finiva, sideralmente, oppure storicamente. L’immanenza della catastrofe, oggi, sembra disinnescarne l’imminenza, come la storia, dopo la presunta fine della storia, fa credere che tutto sia un remake, un déjà vu anche solo della profezia che si autononavvera ma, in quanto profezia, continua a perpetuarsi. Muoiono di vecchiaia gli apocalittici di oggi, sono morti da tempo quelli di ieri. Toccherà proprio a noi? Che manie di protagonismo, viene da pensare. (…) Dai commentari del filosofo Debord due letture che si possono applicare a Funari e Fazi. La prima riguarda l’orologio che faceva la parte del leone nella bella scenografia dell’Apocalyspe show – ma può valere anche per Al Gore, in parte, e sicuramente per la canzone di Ligabue: «L’inquinamento degli oceani e la distruzione delle foreste equatoriali minacciano il rinnovamento dell’ossigeno della Terra: il suo strato di ozono stenta a resistere al progresso industriale; le radiazioni di origine nucleare si accumulano in modo irreversibile. Lo spettacolo conclude che ciò non ha importanza. Vuole discutere solo sulle date e sulle dosi. E solo a questo proposito riesce a tranquillizzare». A che ora è la fine del mondo? È importante saperlo, per non perdersi l’evento, in mondovisione. Dunque segnatevi l’anno, 2011, l’ora è imprecisata, ma sarà di sera, il giorno no, non è dato saperlo, per ora. Nel 2011 alla Scala di Milano verrà allestita l’opera lirica di Giorgio Battistelli ispirata al bestseller di Al Gore Una scomoda verità, che poi così scomoda non è, viste le poltrone del loggione. A meno che, come sostiene Dario Fo in un recente spettacolo, che è anche un libro Guanda, l’apocalisse non venga rimandata. Il titolo è Apocalisse rimandata ovvero Benvenuta catastrofe. «Non ci sarà nessun coperchio calante sull’umanità, – assicura Fo –, nessuna imminente fine, anzi potremo assistere a una rinascita favolosa del pianeta e a un radioso futuro per uomini, donne, animali, alberi e fiori. Questa è la meravigliosa notizia che vi porto! Il pianeta non soccomberà né oggi né domani, non ci sarà la catastrofe, – delusione! – al contrario sta per realizzarsi il grande ribaltone, un cambio di rotta straordinario che pochi illuminati avevano previsto e calcolato. Di che si tratta? È semplice – sostiene – la fine del petrolio!» Dopo la fine della storia, la fine della catastrofe. Tratto da “Irrazionalpopolare”, di Francesco Bonami e Luca Mastrantonio, Einaudi editore. CATACLISMA IMMANENTE. È un grande racconto del nostro tempo, ripescato dal Medioevo, diventato un affare politicomediatico. Da Svevo a Dario Fo, passando per Leopardi e Funari, si finisce alla Scala, in poltronissima, per lo spettacolo ispirato ad Al Gore. barb4up Da ieri per Newton Compton sono in libreria due titoli riguardo alla catastrofe “ipotizzata” dal calendario maya. “2012 L’apocalisse” di Whintley Strieber (320 pagine, € 12,90) è il libro da cui è tratto il nuovo film di Roland Emmerich. Il 21 dicembre del 2012, alle ore 11 e 11 in punto, il pianeta Terra si troverà in una posizione assolutamente centrale all’interno della nostra galassia. Una situazione astronomica talmente eccezionale da presentarsi soltanto una volta ogni ventiseimila anni. Nulla può essere dato per scontato eppure una cosa è certa. L’ultima volta che la Terra si è trovata in questa posizione l’uomo di CroMagnon – la specie più intelligente mai apparsa sul pianeta – è stato spazzato via da una catastrofe inspiegabile e sostituito dalla specie umana a cui tutti noi apparteniamo. Un rogo di anime e di corpi raccontato da Whitley Strieber in un romanzo definito «stupefacente» da “Publisher Weekly” e «terrificante» da “Booklist”. L’altro volume è “L’ultima profezia 2012, il testamento Maya” (384 pagine, € 12,90) dell’americano Steve Alten. Dove una terrificante Apocalisse, secondo il calendario dei Maya, scatenerà la sua furia distruttrice durante il solstizio d’inverno del 2012 dopo Cristo. Ridicolizzato dai suoi colleghi, l’archeologo protagonista Julius Gabriel muore dimenticato da tutti. Ma non da suo figlio Michael: rinchiuso in un ospedale psichiatrico di Miami, è lui l’ultima persona sulla faccia della Terra a possedere le chiavi di un segreto che vale la salvezza dell’umanità. Muoiono di vecchiaia gli apocalittici di oggi, sono morti da tempo quelli di ieri. Toccherà proprio a noi?
Parrella: maschio ciao La mia Eva è un trans METEO. IN ITALIA OGGI DATI METEO A CURA DI WWW.3BMETEO.COM NORD: Cieli molto nuvolosi con piogge sparse su Nord Est e Lombardia orientale; deboli nevicate sui rilievi orientali oltre 1100m. Tendenza ad ampi rasserenamenti a partire da Ovest, con fenomeni in attenuazione serale e la ricomparsa di foschie e banchi di nebbia in Val Padana. CENTRO: Tempo instabile con piogge dapprima su dorsale e Tirreniche, in movimento verso l'intero versante adriatico dal pomeriggio. Fenomeni sull'Ovest Sardegna, più soleggiato sul resto dell'Isola. SUD: Instabilità diffusa specie sui settori peninsulari, con piogge e rovesci anche a sfondo temporalesco. Più asciutto dal tardo pomeriggio su Sicilia, Calabria ionica e Basilicata. METEO. IN ITALIA DOMANI NORD: Soleggiato al mattino salvo foschie e banchi di nebbia sulla Val Padana. Aumentano le nubi da occidente, con piogge e rovesci la sera su tutto il Nord Ovest; quota neve sui 12001400m. CENTRO: Poco o parzialmente nuvoloso; addensamenti più compatti al mattino sul medio Adriatico. Dal pomeriggio aumentano le nubi da Ovest, con piogge e rovesci la sera su Sardegna, Toscana ed alto Lazio. SUD: Nuvolosità variabile per tutto il giorno su buona parte delle regioni, con fenomeni al mattino su Salento e Calabria tirrenica; qualche piovasco dal pomeriggio anche sulla Sicilia settentrionale. Più soleggiato sulla Calabria ionica e sul Barese. OROSCOPO ARIETE (21/3 20/4) Dedicatevi al vostro partner senza remore, approfittando di questa fase di serenità per vivere fino in fondo il vostro rapporto d’amore. Sul fronte professionale, potrete contare su un nuovo alleato che fino al momento non credevate di poter avere. TORO (21/4 20/5) Riuscirete a esprimere in modo chiaro ed equilibrato le motivazioni che guidano i vostri comportamenti nei confronti delle persone a voi più intime. Questo vi permetterà di muovervi con più naturalezza e di mostrare il vostro lato migliore. GEMELLI (21/5 21/6) Avrete modo di escogitare una soluzione originale per trarvi fuori da un pasticcio e questo vi farà sentire soddisfatti di voi stessi. In amore dovrete fare attenzione a ciò che direte e al modo in cui lo direte. Il vostro partner potrebbe non essere accondiscendente. CANCRO (22/6 22/7) State accumulando stanchezza e il nervosismo di questi ultimi giorni non si è ancora del tutto dileguato. Poco male, dato che riuscite comunque a dare il meglio di voi, soprattutto in ambito professionale. LEONE (23/7 22/8) Otterrete una risposta che attendevate da tempo e recupererete, grazie a ciò, una maggiore serenità mentale. In amore i vostri dubbi e la vostra diffidenza sembrano proprio non volervi dar pace. Portate pazienza. Manca poco per uscire da una fase negativa. VERGINE (23/8 22/9) Il vostro bisogno di ottenere conferme da tutti vi porterà a mettervi in mostra in modo sfacciatamente vanitoso. Se quel che vi preme è dare una buona impressione di voi, sarebbe meglio mostrarsi più umili. Parsimonia sul lato patrimoniale... BILANCIA (23/9 22/10) Sarete capaci di esprimere al meglio le vostre capacità, forse perché avete imparato a sdrammatizzare e a credere che ogni cosa che finisce rappresenta spesso una nuova opportunità di rinascita. Novità interessanti dal punto di vista professionale. SCORPIONE (23/10 22/11) Oggi sarete particolarmente gagliardi nella capacità che avete di rendervi la vita divertente e piacevole, facendo soltanto ciò che interessa voi, non preoccupandovi del giudizio e dei pareri altrui. SAGITTARIO (23/11 21/12) Dovreste sforzarvi d’essere un po’ più equilibrati con le parole, soprattutto se avete soci o collaboratori accanto a voi. Durante il dialogo con gli altri provate a sintonizzarvi con il loro punto di vista e tutto andrà al meglio. Non impuntatevi troppo! CAPRICORNO (22/12 20/01) I vostri atteggiamenti oggi appariranno spiccatamente aggressivi soprattutto in ambito professionale. Se non volete rischiare di andare incontro ai richiami di un superiore, lavorate sul vostro selfcontrol. Ogni tanto cedere terreno potrebbe risultare vantaggioso! ACQUARIO (21/01 19/02) Un vivace confronto con i vostri amici stimolerà il vostro estro e comincerete a programmare una vacanza veramente stimolante. In ambito affettivo qualcuno vi sta cercando, ma voi sembrati distratti…Provate a guardarvi intorno con un po’ più di attenzione... PESCI (20/2 20/03) Mostratevi più disponibili ad accogliere e ad accettare le critiche da parte di persone che vi conoscono da tempo e che frequentate. Evitate di offendervi, restando vittime del vostro orgoglio. Non eccedete negli sforzi fisici... INTERVISTA. L’autrice napoletana difende il sesso senza età ed etichette, anche se non è concesso («ebraicamente») a Berlusconi. Ha più senso psicologico che biologico. Napoli oggi? Dovrebbe essere come la New York del dopo Giuliani. DI LUCA MASTRANTONIO square6 Ciao maschio, Valeria Parrella ti saluta. Si definisce una napoletana «svizzera», ha insegnato ai sordomuti e dopo i fulminanti racconti per Minumumfax (Mosca + balena e Per grazia ricevuta) ha pubblicato un romanzo Einaudi, Lo spazio bianco diventato film e diverse opere per il teatro, tra cui Ciao maschio, in scena al Teatro stabile di Napoli fino al 22 novembre. Trentenne, madre premurosa, osservatrice di storie. La incontriamo al ristorante dell’hotel Claridge, zona Parioli, Roma. Mangia al volo mozzarella e prosciutto, tra un’intervista e l’altra. «Sei il numero 8», dice con gentilezza Isabella D’Amico, dell’ufficio stampa Bompiani che pubblica la pièce teatrale. Prima c’era il collega del Secolo d’Italia, giornale che non perde occasione di buttarsi culturalmente a sinistra. Il numero 8... uno si sente in macelleria, con il numeretto, o dentro il mondo della Parrella, di Ciao Maschio. Una rasserenata mattanza di cuori: la formula è «una contro tutti». La protagonista è una donna che ha superato i 50 e fa i conti, da sola, con tutti gli uomini della sua vita. Il titolo si ispira al film di Marco Ferreri, Ciao maschio e a certi versi di Rino Gaetano, femministi al maschile. Valeria è stanca, ma di buona fibra. Le chiedi della sicurezza a Napoli e lei, di sinistra, ti racconta che le piace la New York postGiuliani, si alza in piedi per mimare una scena. «L’altro giorno stavo a New York, dove hanno tradotto un mio libro, e ho sbagliato a prendere la metropolitana. Ho preso la 6, la veloce, e sono finita ad Harlem. Avevo una gonna cortissima, così indica con le mani sui pantaloni, ad altezza inguine, alzandosi dal tavolo con la cosa di fuori... la Parrella chiude la «o» di «cosa», ma d’ora in poi ogni volta che ripete quella parola, anche in un altro contesto, si insinua un doppio senso scendo e mi trovo circondata da rapper neri, alti, grossissimi... senti io camminavo e mi sentivo più tranquilla che a Napoli. Giuliani sarà stato un fascista, ma ha ripulito la città. Io invece a via Duomo, quando esco con mio figlio, ho paura. E non è giusto…». Dopo il videochoc apparso sui giornali che mostra come uccide la Camorra, Roberto Saviano ha detto che gli abitanti del rione Sanità devono ribellarsi, mentre Raffaele La Capria sostiene che non bisogna chiedere ai napoletani di fare gli eroi. «Il problema della camorra non la devono risolvere i cittadini… la camorra la deve sconfiggere il governo, lo Stato… non si risolve con i militari, loro fanno solo spostare la camorra da un’altra parte… ci vuole come sindaco una persona che mette i bisogni dell’essere umano al centro… uno come Ingrao…». In Ciao maschio c’è un harem al femminile. Una donna, molti maschi. «Ho rovesciato lo schema del film di Ferreri, dove c’era un bellissimo Depardieu, nudo, in mezzo a tante donne, predatrici, belle e aggressive, animate da una cattiveria sessantottina, e lui lì a fare la preda. Io ho ribaltato la situazione, fermando il tempo. Lei ha 50 anni, l’attrice è una donna matura, mentre uno dei suoi amori è giovane, resta giovane, ha un caschetto biondo, è un ragazzino, come se avesse sempre 14 anni. Si può amare e soffrire a 60 come succedeva a 14. Un mio amico, cuoco, si è innamorato di una professoressa di educazione fisica in pensione, vanno tutti e due verso la sessantina...». Un libro cui sei molto legata è Un amore di Dino Buzzati, che racconta la storia di un uomo adulto, sulla cinquantina, che si innamora di una minorenne, sedicente ballerina della Scala di Milano. «Minorenne e prostituta! sgrana gli occhi la Parrella un uomo affascinante perché mente a se stesso». In Italia si trova scandaloso che un uomo adulto, molto adulto, frequenti donne molto più giovani. «Per me non è un problema, apprezzo molto Demi Moore sta con un ragazzino al suo confronto». LéviStrauss che per i greci la pedofilia era una consuetudine normale. «Certo, le iniziazioni poi erano soprattutto tra maschio e maschio». Cosa pensa dello scandalo che i giornali hanno montato sulla visita di Silvio Berlusconi alla festa di una giovane ragazza di Casoria che faceva i 18 anni? «Ma sai che non sono mai stata a Casoria? So che sta nell’hinterland… È buffo che Berlusconi c’è stato e io no. Vero?». Perché per altri si può tollerare quello che si tollera per Berlusconi? «La risposta è Giona, il profeta: il principio di responsabilità lo assumono tre essenze: dio, il dio ebraico, l’uomo politico e il padre. Essi derogano alle possibilità di libertà degli altri». Nel caso di Berlusconi abbiamo un padre e un politico... «Anche dio! Lui si crede l’unto del signore no? Nel nome del papi quello che ha fatto non è accettabile». Nell’opera di teatro si parla molto di genere e sessualità biologica e psicologica. Con Marrazzo molti italiani hanno scoperto il terzo sesso, quello dei trans. «Ma dove stavano tutti? I trans esistono da tanto tempo. Uno si fa l’operazione e poi va davanti al giudice». Forse si pensava ai femminielli, che hanno una grande tradizione a Napoli. «Ma i femminielli sono un’altra cosa, sono una cosa goliardica» (la stessa cosa di Harlem?), «sono attori che fanno il ruolo dei maschi e delle femmine, ne conosco uno molto famoso che a capodanno fa una tombola con dei giochi triviali sui numeri». Meglio non dire chi è, che poi gli arrivano i carabinieri a ricattarlo. «Dei trans in Italia si è sempre saputo. Ho un amica che si chiama Eva e 25 anni fa si chiamava Guido, da piccola Guido soffriva da morire nel suo stato, aveva come le mani legate, come una insegnante per sordomuti che racconta che da piccola poiché non parlava i genitori l’hanno mandata dalle suore che le legavano le mani per impedirle di parlare con i gesti... Guido sentiva la stessa sofferenza. Invidiava noi ragazze... biologiche, voleva giocare con bambole, aveva lo zainetto di Candy e vedeva Heidi. Guido era donna, era maschio ma era donna. La svolta arriva quando fa i tre giorni per il servizio militare. Si mette a piangere, davanti al medico, e il medico militare capisce che non è il caso di farlo idoneo, chiama il comandante e suggerisce a Guido di fare obiezione di coscienza, quando ancora non si sapeva che era un diritto, così è andato in un ufficio civile e da allora considera quel medico militare il suo salvatore. Perché ha capito che c’era un fatto psichico diverso dal fatto biologico. Poi Guido ha portato avanti un discorso di transessualità che è finito con l’operazione e l’udienza da un giudice, con i suoi genitori che hanno testimoniato che voleva sempre diventare donna. Che era donna. Il padre ha una importante pasticceria, è uno popolare, tutto voleva tranne quello, ma con la moglie è andato a testimoniare che sì, il figlio da piccolo voleva essere donna. Il padre ho sofferto tanto, ma quella è la verità». Culture 20 VENERDÌ 6 NOVEMBRE 2009
DI CLAUDIA FAGGIONI square6 «Sai perché gli Yankees vincono sempre? Perché gli avversari non riescono a staccare gli occhi dalle strisce sulle magliette» diceva Frank Abbagnale senior al figlio, interpretato da Leonardo Di Caprio nel film Prova a prendermi di Spielberg. In realtà, la squadra di baseball più famosa del mondo era a secco di vittorie importanti dal 2000. Era. Perché quest’anno le righe delle magliette della divisa yankee sono tornate a distrarre gli avversari, tanto da portare la squadra, l’altra notte, al 27esimo titolo Mlb (Major league baseball). In fondo, era così che doveva andare. Il primo anno del nuovo stadio, insieme con una campagna acquisti con ingaggi stellari…Dopo 103 vittorie nella regular season e la finale dell’American League contro i Los Angeles Angels, hanno aspettato di trovarsi a casa, nel nuovo Yankee Stadium appunto, per festeggiare davanti alla loro gente, nella loro città, nel loro quartiere. Strappando il titolo proprio ai campioni in carica, i Philadelphia Phillies, costretti a cedere nella gara 6 (4 vittorie a 2 per gli yankees, di cui due fuori casa, a Philadelphia), con il punteggio di 73. Il nuovo Yankee Stadium, situato a pochi metri dal vecchio, sempre nello storico incrocio tra la 161esima strada e la River Avenue nel Bronx, è stato inaugurato lo scorso aprile, ha un campo del 63 per cento più grande del precedente, ed è costato 1,5 miliardi di dollari, secondo più costoso al mondo dopo Wembley a Londra. E lo spirito è molto diverso da quello della casa che costruì Babe Ruth, “The House that Ruth Built”, come veniva chiamato il vecchio stadio. Tutto nacque con l’arrivo negli Yankees del grande campione George Herman Ruth, detto Babe, che dopo sei stagioni, in seguito a una crisi finanziaria della sua squadra, i Red Sox di Boston, veniva venduto agli storici rivali newyorkesi. Il suo arrivo era il 1920 ha coinciso con l’inizio della fortuna degli Yankees, e l’inizio della maledizione dei Red Sox. La “Curse of the Bambino” (maledizione del bambino) colpì severamente i Red Sox, che fino al 2004 non riuscirono a vincere neanche un titolo mondiale. E per controbattere a tale maledizione ne è stata lanciata un’altra quando, durante la costruzione del nuovo Yankee Stadium, un operaio tifoso dei Sox seppellì nelle fondamenta dello stadio una maglia della sua squadra. Tutto inutile, a quanto pare. Il nuovo stadio ha uno spirito diverso. Diverso da quello degli hot dog e birra dei tifosi sugli spalti. George Steinbrenner, che possiede la squadra e lo stadio, ha optato per un impianto a cinque stelle, puntando a una clientela d’élite cui affittare prestigiose suites in palchi su cinque piani sovrapposti. Ha un enorme centro commerciale all’interno, con fastfood, ristoranti (c’è persino un Hard Rock Café), un cinema, negozi, musei, palestre, piscine... E oltre che sullo stadio, Steinbrenner ha scommesso sulla prima stagione della sua squadra sul nuovo campo, e lo ha fatto spendendo cifre incredibili. Una scommessa vinta alla grande. E tra i più grandi giocatori che hanno portato la squadra al trionfo ci sono proprio i nuovi acquisti Mark Teixeira (prima base portato via, con molte polemiche, ai Los Angeles Angels battuti dagli Yankees nelle semifinali con un contratto da 180 milioni di dollari), C.C. Sabathia (che con i suoi 160 milioni di dollari ha raggiunto la cifra più alta mai pagata per un lanciatore), A.J. Burnett (comprato dai Toronto Blue Jays per 82.5 milioni per 5 anni). Ma il merito più grande della vittoria nella partita decisiva è del 35enne giapponese Hideki Matsui, premiato come miglior giocatore delle World Series. “Godzilla”, come viene chiamato quando batte viene messa la musica di Godzilla ha colpito tre valide in quattro apparizioni, ha messo a segno un home run e 6 Rbi (run batted in). «Ho giocato una partita incredibile, sono sorpreso di me stesso» ha detto il nipponico, che tra l’altro ha il contratto in scadenza. Un bel traguardo per il manager (allenatore) ed ex giocatore Joe Girardi, dopo la deludente stagione dello scorso anno, chiusa senza neanche raggiungere i playoff (non succedeva da 13 anni). Da giocatore ha vinto 3 titoli (1996, 98, 99) insieme a quattro dei suoi ragazzi, che compongono il nucleo storico del team: Derek Jeter (il capitano), Jorge Posada (il catcher), Mariano Rivera (il closer), Andy Pettite (il lanciatore partente). Jeter è diventato in questa stagione il giocatore degli Yankees con più valide battendo il mitico Lou Gehrig, storico campione interpretato da Gary Cooper nel film L’idolo delle folle, che ha poi dato il nome al morbo (la Sla) che lo ha colpito e ucciso. La festa nella grande mela è appena cominciata. Con buona pace di chi non crede nelle maledizioni. BASEBALL. LA SQUADRA DI NEW YORK TORNA A VINCERE DOPO NOVE ANNI GRAZIE AL GIAPPONESE MATSUI Yankees campioni Godzilla più forte persino del malocchio RIVINCITA. Trionfo nel nuovo stadio: sconfitta la maledizione dei Boston Red Sox. Il patron Steinbrenner non ha badato a spese nella campagna acquisti. BASKET NBA Bargnani fa il mago DI GIANLUCA AGATA square6 Prima doppia doppia stagionale e career high nei rimbalzi. Che tradotto significa ventidue punti e dodici rimbalzi, un numero di palloni tirati giù dal tabellone mai raggiunto prima nella carriera a stelle e strisce con conseguente successo su Detroit 11099. A Toronto Andrea Bargnani comincia a fare sul serio. Nelle prime gare il romano ha incantato con una media di ventidue punti a partita segnandone ventotto nella vittoria contro i Cleveland Cavaliers di sua maestà Lebron James. La quarta stagione nella Nba con la maglia dei Toronto Raptors sarà quella del decollo definitivo, dopo un’annata estremamente positiva a livello individuale: l’ex Benetton Treviso nel 20082009, infatti, ha viaggiato alla media di 15,4 punti e oltre 5 rimbalzi. «Deve essere un anno di conferme spiega Bargnani Continuo a sentire che deve essere la mia “breakout season”, quella della consacrazione. Ormai ci sono abituato, non avverto pressioni particolari. In un ambiente come questo, con tanto talento in tutte le squadre, non ci si deve fermare mai». Toronto ha puntato forte su di lui che ha firmato quest’anno un contratto quinquennale da 50 milioni e può giocare quindi con maggiore tranquillità. E il mago li sta ripagando, partita dopo partita. Nella serata trionfale del mago, un pizzico di gloria anche per Belinelli autore di otto punti in 14’20”. Un bel passo avanti per chi lo scorso anno, con la canotta dei Golden State Warriors, non vedeva mai il campo. «Sto crescendo e questo mi basta, ho commesso qualche errore di troppo ma sento di poter fare bene» la parole del bolognese. Poca gloria invece per Gallinari che dopo le ottime prestazioni delle prime giornate di campionato ne ha segnati solo undici a Indiana, e i Pacers sono passati al Madison Square Garden contro i New York Knicks 10189. Curiosità, il più grande applauso lo ha ricevuto una squadra che giocava in un altro quartiere: gli Yankees vincitori del titolo della Major League di Baseball mentre la squadra di Mike D’Antoni collezionava soltanto brutte figure. trianglert MUTU. L’attaccante della Fiorentina ha subito una lesione del menisco mediale del ginocchio destro e nei prossimi giorni sarà sottoposto a un intervento chirurgico. Lega e Divisione American League, Eastern Division Città New York Stadio Yankee Stadium, Bronx Anno di fondazione 1903 come Highlanders, Yankees dal 1913 Colori sociali bianco e blu Proprietario George Steinbrenner Manager (allenatore) Joe Girardi, maglia n.27 (obiettivo di vincere il 27esimo titolo) Record Squadra più vincente della major league di baseball con 27 titoli; squadra del secolo nel 1999; squadra del decennio 19901999; record di punti di un giocatore in una singola partita (6) di Hideki Matsui; squadra più vincente di qualsiasi sport professionistico americano con 27 titoli Membri della Hall of Fame Babe Ruth, Lou Gehrig, Jack Chesbro, Herb Pennock, Bill Dickey, Joe Di Maggio, Red Ruffing, Waite Hoyt, Earle Combs, Yogi Berra, Lefty Gomez, Whitey Ford, Mickey Mantle, Tony Lazzeri, Phil Rizzuto, Dave Winfield Numeri di maglia ritirati 1, 3, 4, 5, 7, 8, 9, 10, 15, 16, 23, 32, 37, 42, 44, 49 Rosa attuale lanciatori: Alfredo Aceves, Brian Bruney, A.J. Burnett, Joba Chamberlain, Phil Coke, Chad Gaudin, Phil Hughes, Damaso Marte, Andy Petitte, Mariano Rivera, David Robertson, C.C. Sabathia; ricevitori: Joese Molina, Jorge Posada; interni: Robinson Cano, Jerry Hairston jr., Derek Jeter, Ramiro Pena, Alex Rodriguez, Mark Texeira; esterni: Johnny Damon, Brett Gardner, Eric Hinske, Nick Swisher; battitore designato: Hideki Matsui (“Godzilla”) trianglert Godzilla Matsui. Sopra, la festa degli Yankees, tornati campioni Sport 21 VENERDÌ 6 NOVEMBRE 2009
22 VENERDÌ 6 NOVEMBRE 2009
LE TELEVISIONI. SERA IL SATELLITE RAI UNO RAI DUE RAI TRE 20.30 TG2 20.30 21.05 Cold Case “Follia metropolitana” con Kathryn Morris, John Finn, Jeremy Ratchford, Thom Barry 21.50 Identità violate. Regia di D.J. Caruso, con Angelina Jolie, Ethan Hawke, Kiefer Sutherland, Gena Rowlands, Olivier Martinez, JeanHugues Anglade (2004) Thriller 23.35 TG2 23.50 L’Era Glaciale. Conduce Daria Bignardi. 20.00 Blob 20.10 Le storie di Agrodolce Aspettando la nuova serie 20.35 Un posto al sole 21.05 TG3 21.10 Blu notte Misteri italiani. Conduce Carlo Lucarelli 23.00 Parla con me. Con Serena Dandini 0.00 TG3 Linea notte TG Regione Meteo 3 (all’interno) 1.00 Appuntamento al cinema 1.10 Rai Educational Crash CANALE 5 ITALIA UNO RETE QUATTRO LA SETTE 18.50 Chi vuol essere milionario 20.00 TG5 20.30 Meteo 5 20.31 Striscia la Notizia La voce dell’influenza 21.11 Distretto di Polizia 9 “Frequenze” “Soldi e donne” con Simone Corrente, Stefano Pesce, Flavio Parenti, Marco Marzocca 23.30 Matrix. Conduce Alessio Vinci 1.30 TG5 Notte 1.59 Meteo 5 19.30 La vita secondo Jim “La casetta sull’albero” con James Belushi 20.05 I Simpson “Il braccio violento della legge a Springfield” 20.30 Prendere o lasciare. Conduce Enrico Papi 21.10 Ottava puntata Guest star della puntata Enrico Ruggeri Colorado. Con Rossella Brescia e Nicola Savino. Regia di Riccardo Recchia 0.00 Così fan tutte 20.30 Walker Texas Ranger “La vera forza” con Chuck Norris 21.10 Master & Commander Sfida ai confini del mare. Regia di Peter Weir, con Russell Crowe, Richard Stroh, Paul Bettany, Billy Boyd (2003) Avventura 23.55 Insoliti criminali. Regia di Kevin Spacey, con Matt Dillon, Faye Dunaway, Gary Sinise, William Fichtner, Viggo Mortensen, John Spencer (1996) Thriller 19.00 The District “Una morte assurda” 20.00 TG La7 20.30 Otto e mezzo. Conduce Lilli Gruber 21.10 Niente di personale. Conduce Antonello Piroso 24.00 Senza Tituli 1.05 TG La7 1.30 25ª ora Il cinema espanso. Conduce Davide Dileo, in arte Boosta. Un programma di Elisabetta Arnaboldi X FILM 21.00 Storm Cell SKM 21.00 Blow Out SKMa 21.00 Diamond Dog SKF 21.00 In nome del popolo italiano C 21.00 Giù al Nord SK1 21.15 Lo spaccacuori SKH 22.40 Amityville Horror SKM 22.55 Vestito per uccidere SKMa 22.55 Insonnia d’amore SKF 22.55 Al ritmo del ballo SK1 23.20 Mona Lisa Smile SKH 0.10 Supercroc SKM 0.35 Killer Wave L’onda assassina “Seconda parte” SK1 X SPORT 20.41 Calcio, Serie B 2009/2010 13a g. Empoli Reggina (Diretta) SP1 22.00 Baseball, Major League 2009 World Series: Gara 6 New York Yankees Philadelphia Phillies (Replica) SP3 22.45 Rubrica NBA Action Ep.3 (R) SP2 23.00 Rubrica Goal deejay (Repl.) SP1 23.15 Rubrica Nissan the quest Wave Episodio 12 SP2 23.30 Rubrica I Signori del Calcio Kakà (Repl.) SP1 23.30 Rubrica MotorSport Episodio 38 (Repl.) SP2 X CULTURA 21.00 Professione pericolo NGC 21.00 2012: l’ultima profezia THC 21.30 Marchio di fabbrica “Auto a tutta velocità/Giochi d’acqua/Intonaco” D 22.00 Donal MacIntyre: città violente “Istanbul” D 22.00 Indagini ad alta quota “Una tragedia annunciata” NGC X TELEFILM 21.00 C.S.I. Miami “Sottosopra” FC 21.00 Castle Detective tra le righe “Topi d’appartamento” FL 21.10 ‘Til Death “Speed Bumps” F 21.35 ‘Til Death “Joy Ride” F 18.50 L’eredità. Conduce Carlo Conti. Regia di Maurizio Pagnussat 20.00 TG1 20.30 Affari tuoi. Conduce Max Giusti 21.10 Ottava puntata I migliori anni. Con Carlo Conti. 23.15 TG1 23.20 TV7 Settimanale del TG1 “Da Catania a Milano alla scoperta delle comunità cinesi; L’influenza A; Da Cogne a Garlasco; Il fotografo Terry Richardson”. STELLINE I FILM MASTER & COMMANDER SFIDA AI CONFINI DEL MARE 21,10 Rete 4 1805, costa del Brasile. L'epica battaglia tra due vascelli, il Surprise della Marina Britannica e la Acheron francese. Un duello le cui sorti potrebbero influire sulle ambizioni di Napoleone. Un duello senza respiro fino alla fine del mondo. Il regista Peter Weir (“L’attimo fuggente” “The Truman Show”) firma un kolossola con tutti i crismi. Eccellente, come sempre la performance di Russell Crowe (non per nulla candidato all’Oscar). Con lui gareggia in bravura, e forse, in questo caso, ha la meglio Paul Bettany, nel ruolo del dottor Stephen Maturin. Ë